Arsutoria Studio

Il sistema fiera guarda oltre: c’è un nuovo processo di acquisto nel comparto della moda

L’8 settembre 2026 si è svolta a Milano, presso l’ADI Design Museum, la conferenza stampa, promossa da Fashion Link Milano, che ha riunito MICAM Milano, MIPEL, Simac Tanning Tech, Milano Fashion&Jewels e TheOneMilano, insieme a professionisti della filiera per analizzare come stanno cambiando i processi di acquisto e, di conseguenza, il ruolo delle fiere. A guidare il confronto Orietta Pelizzari, Global Trend Researcher, creative concept e moderatrice, insieme a Chiara Allegra Moretti, independent buyer, e Federico Galli, storyteller.

 

Uno degli argomenti principe dell’incontro è stato il ruolo e la figura del buyer, THE BUYER JOURNEY, nel comparto moda. Il buyer arriva oggi in fiera dopo aver già svolto una parte significativa del proprio lavoro: ricerca continua, confronti, pre-selezioni e la costruzione di una prima agenda di interlocutori e prodotti. La visita non rappresenta più soltanto un momento di scoperta, ma una delle fasi di tutto il processo decisionale e di acquisto che diventa più ampio, inizia prima della manifestazione e prosegue nella relazione con aziende, brand, fornitori e partner. Come ha affermato anche Giovanna Ceolini, Presidente di Micam: “Oggi bisogna pensare che per partecipare a una fiera bisogna essere preparati e organizzati, sapere cosa si cerca, dove e come trovarlo e lasciare spazio in loco alla ricerca di nuove opportunità di business”.

La preparazione, del resto, non è un’aspirazione teorica ma la risposta a un vincolo concreto: il tempo di permanenza in fiera si è accorciato, spesso a un giorno e mezzo, e il rischio è che la visita si esaurisca nel giro dei fornitori già acquisiti. Gli strumenti di matchmaking servono ad allargare la piazza e a far incontrare domanda e offerta che altrimenti non si incrocerebbero, ma funzionano soltanto se le aziende li alimentano davvero: dati, lanci, campioni, colori e le ragioni che stanno dietro a ogni proposta.

In questo scenario fare impresa non riguarda soltanto i brand, i buyer e le strutture fieristiche. Comprende anche chi decide processi e tecnologie da utilizzare: chi sceglie i materiali, il modo di produrre e il livello di qualità che un prodotto incorpora. È il passaggio che collega la dimensione commerciale a quella industriale e che spiega perché la presenza fisica del buyer sul territorio italiano conservi un valore specifico: private label, adattamenti e prodotti sviluppati su misura di un determinato punto vendita nascono dal contatto diretto con chi produce, non da un catalogo.

Un’evoluzione che coinvolge un sistema fieristico che, attraverso le manifestazioni di Fashion Link Milano, riunisce complessivamente 1.848 marchi.

Un sistema che rappresenta in larga parte un prodotto di fascia media, privo dell’effetto marketing dei grandi marchi e che ha quindi bisogno di un interlocutore — il buyer prima, il consumatore poi — capace di riconoscere il valore di ciò che acquista. Il buyer, quindi, non è più solo un selezionatore, ma un vero e proprio curatore.

 

LA GEOPOLITICA DELL’OPINIONE ESTETICA E DEL GUSTO

Ad aprire la riflessione è stata Orietta Pelizzari con il concetto di “geopolitica dell’opinione”: il gusto non è più determinato da un’unica generazione o da un unico attore, ma nasce dall’interazione tra i consumatori di quattro generazioni diverse, oltre a buyer, brand e community. Secondo NIQ/World Data Lab (2025), la Gen X è oggi responsabile di 15.200 miliardi di dollari di spesa globale, il 40% in più della Gen Z. I consumatori sono sempre più definiti dai propri valori e le generazioni si influenzano a vicenda, andando così oltre al semplice concetto di età anagrafica. Per brand e retailer questo significa superare una segmentazione rigida e costruire strategie capaci di colpire più generazioni contemporaneamente.

Dietro il dato non c’è però soltanto una capacità di spesa. I motori dell’acquisto di questa generazione sono due, memoria e valore: si compra ciò che si è vissuto e ciò di cui si riconosce la qualità. Un meccanismo che si trasmette anche alle generazioni successive, che si avvicinano agli stessi codici per senso di appartenenza più che per ricordo diretto. La dinamica cambia inoltre da mercato a mercato: negli Stati Uniti la Gen X esprime un valore di spesa nell’ordine dei 97 miliardi di dollari, in Corea si salda con la generazione successiva in un profilo ibrido, in Cina è in crescita per ragioni proprie.

Per il fashion system cambia quindi il modo di leggere il mercato: la competizione si sposta dalla conquista di un mercato alla capacità di diventare rilevanti nella conversazione che ne orienta il gusto.

Gli insight presentati da Pelizzari si inseriscono nel percorso di ricerca già avviato con Curator Buyer, ne emerge un buyer sempre più vicino a un curatore e a un imprenditore. Si tratta dunque di un professionista chiamato a interpretare trend, consumatori, mercati, marginalità e identità del punto vendita e a trasformare una quantità crescente di informazioni in scelte mirate.

 

UN BUYER PIÙ PREPARATO, UN RETAIL PIÙ IDENTITARIO

La ricerca del prodotto è oggi un processo continuo, nel quale fiere, showroom e relazioni dirette convivono con piattaforme digitali, social e dati di vendita. La maggiore disponibilità di informazioni rende ancora più importante la capacità del buyer di filtrare, interpretare e verificare.

Ne discende un profilo professionale doppio: competenze qualitative, cioè saper riconoscere un buon prodotto e una buona immagine, e competenze quantitative, cioè leggere budget, marginalità, performance di vendita e andamento dei mercati. Una combinazione che la formazione italiana ha intercettato tardi: la manualistica di riferimento è stata a lungo di matrice anglosassone, costruita su un modello di retail molto distante da quello italiano, fatto in prevalenza di boutique indipendenti multibrand.

Cambiano, di conseguenza, anche i criteri con cui un marchio viene giudicato acquistabile. Contano la credibilità e la coerenza tra estetica, punto prezzo, posizionamento e qualità effettiva del prodotto. Contano poi elementi che nulla hanno a che vedere con lo stile: l’affidabilità della struttura commerciale, il rispetto delle consegne — un problema che colpisce anche brand di grande successo, proprio perché cresciuti in fretta — la capacità di gestire swap, riassortimenti e cambi merce, e la cura della distribuzione, decisiva soprattutto per il retail di fascia alta.

Questo processo di ricerca da parte dei consumatori e dei buyer viene e deve essere agevolato dalla comunicazione commerciale dei brand, come detto da Federico Galli in uno dei suoi interventi: “Per i brand e le aziende emerge sempre più la necessità di comunicare non tanto il prodotto in sé, quanto i processi, le persone, tutto quello che sta dietro alla realizzazione dei prodotti e che definisce l’identità del brand stesso”.

Il freno, su questo fronte, non è tecnico ma culturale. Molte imprese esitano a raccontarsi, tra un pudore che scambia la discrezione per stile e la convinzione che la propria bravura non abbia bisogno di essere spiegata. È un’occasione mancata, perché i veri influencer del settore sono gli artigiani e le aziende: non devono inventare nulla, devono mostrare quello che fanno ogni giorno. Dall’altro lato c’è un consumatore che non ha smesso di spendere ma è diventato più attento e più informato, e che cerca elementi concreti per orientare l’acquisto. Attribuire le difficoltà soltanto al fast fashion o alla concorrenza estera significa rimandare il confronto con i problemi interni della filiera.

Anche il punto vendita assume un ruolo più attivo. Private label, assortimenti costruiti per specifici pubblici e prodotti sviluppati per determinate location trasformano il retail in un progetto identitario. La domanda non è più soltanto quale prodotto acquistare, ma quale prodotto sia giusto per quel negozio, quel cliente e quel mercato. Claudia Sequi, Presidente di Assopellettieri, ha aggiunto: “Nell’evoluzione tra compratore e retailer, come anche all’interno delle proposta fieristica, si vede un adeguamento delle collezioni per cercare di comprendere quante più possibili categorie merceologiche, costruendo collezioni in maniera coerente così da fornire degli input al compratore che lo aiutino a costruire la propria offerta”.

In questo percorso, la dimensione fisica della fiera mantiene un valore distintivo: vedere e valutare il prodotto, confrontarsi direttamente con imprenditori e fornitori e costruire relazioni restano elementi difficilmente sostituibili. Il digitale non prende quindi il posto della fiera, ma ne amplia il percorso prima e dopo la manifestazione.

 

IL BUYER INDUSTRIALE

Chi si occupa della tecnologia che permette e agevole la filiera produttiva ha posto l’accento anche su una differente figura di buyer. Accanto al buyer di prodotto opera un buyer industriale, con criteri di valutazione propri. Non cerca soltanto la risposta a un’esigenza produttiva: valuta l’affidabilità e la flessibilità della macchina, la sostenibilità e i consumi energetici, e sempre di più la dotazione software, cioè la capacità dell’impianto di dialogare con le altre macchine e con i diversi reparti dell’azienda. Sono scelte che incidono sulla competitività dell’impresa ben oltre la stagione in corso e che, a monte, determinano la qualità di quanto arriverà sul banco del punto vendita.

 

CINQUE PROSPETTIVE, UN UNICO BUYER JOURNEY

Il confronto tra le manifestazioni ha restituito prospettive differenti ma complementari. MICAM Milano ha portato il punto di vista del footwear e di un buyer sempre più preparato, supportato da strumenti di matchmaking e trend intelligence. Milano Fashion&Jewels quello dello scouting e della costruzione di assortimenti trasversali tra fashion, accessori e gioiello. MIPEL la relazione tra pelletteria, prodotto, distribuzione e punto vendita. TheOneMilano il ruolo del sourcing, della capacità produttiva e del private label. Simac Tanning Tech la dimensione industriale della scelta, dove tecnologie, processi e partner incidono sulla competitività futura dell’impresa. Percorsi diversi che convergono su una stessa esigenza: rendere più qualificato ed efficace l’incontro tra domanda e offerta.

Il vantaggio dell’aggregazione, del resto, non riguarda soltanto chi compra. Al buyer consente di ottimizzare i tempi e di trovare in un’unica occasione l’insieme delle categorie di cui ha bisogno per costruire la propria offerta; agli espositori apre occasioni di cross-selling e l’accesso a una platea di compratori più ampia di quella che una singola manifestazione settoriale può garantire. È la logica di rete tra manifestazioni vicine commercialmente e culturalmente.

 

LA FIERA COME PIATTAFORMA DI RELAZIONE

Da questa prospettiva, la fiera evolve da luogo di incontro a piattaforma di relazione. Il buyer si aspetta di poter preparare la visita, orientare la ricerca, selezionare gli interlocutori, organizzare gli incontri e proseguire il dialogo anche dopo la manifestazione. La dimensione fisica e quella digitale si integrano: la prima conserva un valore specifico nella valutazione del prodotto e nella costruzione delle relazioni, mentre gli strumenti digitali rendono il percorso più informato, selettivo e continuativo.

 

Per i settori calzature e borse, il primo appuntamento è con MICAM Milano e MIPEL dal 13 al 15 settembre e, a seguire, con Lineapelle e Simac Tanning Tech dal 15 al 17 settembre.

Dalla Cina all’Europa in 72 ore: Changli scommette sulla logistica

Nel Duecento il porto di Quanzhou si chiamava Zaiton ed era uno dei più grandi scali del mondo: di lì partivano sete, spezie e ceramiche verso l’Occidente. Ottocento anni dopo, dallo stesso tratto di costa del Fujian il concetto di base rimane inalterato: scarpe stoccate in un magazzino doganale, smistate da un algoritmo, consegnate in Europa in 72 ore.

 

È il Changli Smart Logistics Park, il terzo mestiere del Changli Group. Il nome dice poco alle nostre latitudini, il curriculum parecchio. Changli è anzitutto un ODM: oltre trent’anni di produzione per marchi internazionali — GEOX, Jack Wolfskin, Skechers, Diesel, Moon Boot, Head, Roberto Cavalli, per citarne solo alcuni — su sei categorie, dall’outdoor al waterproof, dallo sport al bambino.

 

Alla guida del gruppo c’è Rebecca Lin, cresciuta in una famiglia di calzaturieri e subentrata in azienda con l’intenzione di trasformarla. Il secondo mestiere che lei ha sviluppato per l’azienda è un marchio proprio, Rebecca Lim’s: calzatura wellness nata, racconta la fondatrice, dai piedi di sua madre, insegnante per quarant’anni e, quindi, sempre in piedi. Tre anni di ricerca sulla biomeccanica del piede tra il 2014 e il 2016, oltre mille test, lancio nel 2017. Plantare ispirato alla riflessologia della medicina tradizionale cinese, materiali vegani, cinque mercati asiatici conquistati senza pubblicità.

 

Allora la domanda è: perché un’azienda che sa fare scarpe investe in capannoni? La risposta sta nella geografia industriale di Jinjiang: il distretto calzaturiero più completo al mondo, sprovvisto però di logistica di standard adeguato. Il parco — 118 acri di terreno, circa 200.000 metri quadrati coperti — è classificato come infrastruttura logistica di livello provinciale e sarà il primo parco doganale di Quanzhou, gestito con SF Express.

I numeri dichiarati: smistamento con intelligenza artificiale oltre i 4.300 SKU l’ora, accuratezza del 99,98%, 1,2 milioni di paia movimentate ogni anno senza contestazioni, tracciabilità in blockchain, diciotto magazzini europei tra Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Italia, servizio DDP. Sotto lo stesso tetto deposito doganale, fulfillment per l’e-commerce transfrontaliero, trasporto internazionale, ultimo miglio e logistica inversa. Per i calzaturifici locali significa costi logistici più bassi e merce che gira più in fretta. Per i marchi che lavorano con Changli, la promessa è una riduzione dei costi di filiera fino al 40%.

 

La direzione è ben leggibile: Jinjiang smette di vendere soltanto capacità produttiva e comincia a vendere tempo. Per trent’anni il vantaggio competitivo di quel distretto si è cucito in fabbrica. Ora si misura in ore.

CBAM, Scope 3 e robot: l’agenda del Global Footwear Sustainability Summit 2026

Nei manuali di alpinismo è sempre riportata una regola: la vetta è facoltativa, il ritorno no. Sopravvivere viene prima di vincere e conquistare la cima.

Apri la presentazione del quattordicesimo Global Footwear Sustainability Summit e ritrovi la stessa gerarchia, stampata in rosso su una slide altrimenti blu: “Soluzioni per la sopravvivenza”. Il seguito, “Trasformare la sostenibilità in un cambio aziendale scalabile”, resta in nero. La scelta cromatica dice già il punto di partenza da cui prende le mosse il dibattito.

 

Il GFSS nasce nel 2012 come tavolo di confronto fra dirigenti della filiera calzaturiera mondiale, associazioni e governi, sotto il tema di lungo periodo “Innovazione nel settore calzaturiero a livello globale e sviluppo sostenibile”. In tredici edizioni vi hanno preso parte tanti marchi importanti, come Nike, adidas, New Balance, Under Armour, Brooks, Deckers, Clarks, Skechers, Vibram, Fila, H&M e Levi’s. La quattordicesima si tiene dal 25 al 28 ottobre 2026 a Jinjiang, in Cina, promossa da Changli, Ximengzi e Footwear Future.

 

Oltre 600 delegati, più di 200 marchi, altrettante fabbriche e OEM/ODM, 250 espositori, una sessantina di ore di networking, una trentina di temi. La platea è composta per il 40% da brand e uffici sourcing, per il 22% da fornitori di materiali e tecnologie, per il 16% da calzaturifici e terzisti; il resto si divide tra logistica (8%), carbon management (7%), consulenza (4%) e soluzioni circolari (3%). Come è composto il parterre? Il 70% è senior leadership, con il 27% di C-level, il 21% di direttori supply chain e il 20% di R&D materiali. A livello geografico: 45% Asia-Pacifico, 40% Stati Uniti ed Europa, il resto fra Taiwan, Hong Kong, Giappone e Corea. Chi decide gli acquisti e chi li produce nella stessa stanza.

 

Molto interessanti, indicative e significative le tematiche trattate. Il primo blocco è normativo: politiche ambientali per la manifattura asiatica (China Leather Industry Association), CBAM e due diligence per esportare in Europa con Marina Crnoja-Cosic (EURATEX), un panel sul sourcing fra Cina, Indonesia, Vietnam e India. Il secondo riguarda emissioni e circolarità: Scope 3, LCA, cicli chiusi, pelli sintetiche bio-based. Il terzo è produttivo: lean manufacturing, intelligenza artificiale, stampa 3D e robotica, tracciabilità digitale lungo la catena di fornitura. In mezzo, le visite agli stabilimenti — Anta, Changli Industrial Park, SinceTech, Koyee, Ipath, Hsrobotics, Kclka — perché una fabbrica, spesso, racconta più di una slide.

 

Il concetto che cappeggia l’incontro è ormai un mantra per il settore: la sostenibilità non è un costo ma un vantaggio competitivo, e chi inquina meno spesso spreca anche meno denaro.

Per maggiori informazioni: footwearfuture.com/events/gfss.

Oltre lo zero sostenibile: se ne parlerà al Convegno Tecnico AICC Veneto il 20 novembre prossimo

Quest’anno il Comitato Organizzatore del Convegno Tecnico AICC Veneto ha scelto di focalizzare l’attenzione su un tema cruciale e di stretta attualità per il futuro e l’innovazione della nostra filiera, dal titolo: “Oltre lo zero sostenibile: gestione, sostituzione e impatto dei solventi residui nei processi conciari”.
Chi desidera presentare un proprio lavoro durante il Convegno è invitato a inviare un abstract entro il 15 settembre 2026 all’indirizzo e-mail [email protected].
L’abstract del lavoro dovrà essere redatto in stretta conformità al modello approvato dal Consiglio Direttivo dell’AICC, e consultabile al seguente link Modello Abstract
“L’industria conciaria ha già ridotto significativamente l’impatto dei solventi grazie a formulazioni e processi evoluti. Per questo, non parleremo delle solite restrizioni normative (REACH, ZDHC, ecc.), ma ci concentreremo sull’utilizzo residuo” spiegano dall’associazione.
L’obiettivo è quello di fare un punto pratico e dare spazio a soluzioni concrete per studiare, ridurre o sostituire quelle frazioni di solventi ancora tecnicamente necessarie in specifiche fasi o nicchie di lavorazione.
AICC informa che saranno prioritariamente valutati contributi di:
* Produttori chimici: formulazioni e polimeri alternativi o sistemi bio-based per sostituire i solventi residui.
* Concerie: ottimizzazioni di processo, modifiche impiantistiche e case history di abbattimento dei residui.
* Depurazione e servizi ambientali: monitoraggio e nuove frontiere nel trattamento e abbattimento dei reflui.
I lavori saranno valutati dalla Commissione Tecnica incaricata e l’accettazione finale per il Convegno sarà tempestivamente comunicata agli autori.

Born Outside: oltre la sneaker

Fondato tra Italia e Dubai da due giovani outsider del settore, Born Outside ha costruito la propria identità nel mondo della sneaker. Con Capitolo III e la collezione SS27 presentata a Pitti Uomo, per la prima volta guarda oltre, presentando il suo primo loeafer ‘Linea’. Un mocassino contemporaneo dalle linee essenziali, costruito su una lastra di gomma a profilo ribassato che mantiene la silhouette vicina al suolo, leggera. La tipica vaschetta del mocassino viene reinterpretata attraverso una costruzione 3D seamless che preserva il carattere classico eliminando ogni ridondanza. Sul retro, una costruzione elastica regala una calzata fluida e rilassata impossibile da trovare in un loafer convenzionale.

Muno presenta soluzioni in pelle responsabili e ad alte prestazioni ad ACLE 2026

Mentre le aspettative del mercato continuano ad evolversi e i marchi danno sempre più priorità all’approvvigionamento responsabile, i produttori di pelle si trovano di fronte alla sfida di garantire una qualità eccellente riducendo al contempo l’impatto ambientale. In Muno, l’innovazione parte da una profonda comprensione dei materiali, dei processi e delle reali sfide produttive. Attraverso tecnologie avanzate per la lavorazione a umido e una stretta collaborazione con i clienti, l’azienda sta contribuendo a plasmare il futuro della produzione della pelle.

Nel padiglione E2, stand E2-C05, Muno presenterà tre piattaforme tecnologiche chiave:
• Il sistema impermeabilizzante Densodrin®, che combina elevate prestazioni e rispetto dell’ambiente.
• TANICOR®.LB, una gamma aggiornata a basso contenuto di bisfenolo sviluppata per conformarsi alle normative di prossima entrata in vigore.
• Syntura®, il sistema di riconcia di nuova generazione di Muno, che combina prestazioni eccellenti, sostenibilità e conformità normativa.
I visitatori della fiera sono invitati a incontrare il team di Muno per discutere delle sfide tecniche, delle priorità in materia di sostenibilità e delle nuove opportunità per una produzione di pelle ad alte prestazioni e più responsabile.

La lista che mancava: nasce l’MRSL degli accessori metallici

Il 23 settembre 1999 la sonda Mars Climate Orbiter, costata circa 125 milioni di dollari, si disintegrò nell’atmosfera marziana. Nessun guasto, nessun errore di calcolo: un team di ingegneri lavorava in unità metriche, l’altro in unità imperiali. I numeri erano giusti. Era sbagliata la lista di riferimento con cui venivano letti.

Nei reparti galvanici non si perdono sonde spaziali. Ma il meccanismo dell’errore è identico: prendere la grammatica di un processo e applicarla a un processo che parla un’altra lingua. È quello che è successo per anni alla filiera dell’accessorio metallico, alla quale sono state chieste riduzioni ed eliminazioni di sostanze sulla base di elenchi scritti per il tessile, per il pellame, per la plastica. Elenchi seri, costruiti bene. Solo, costruiti per altro.

 

UNA LISTA CHE NON ESISTEVA

MRSL sta per Manufacturing Restricted Substance List: l’elenco delle sostanze soggette a restrizione nei processi produttivi. La versione oggi pubblicata all’interno del framework ZDHC — il programma Zero Discharge of Hazardous Chemicals, che punta allo scarico zero nell’ambiente di sostanze chimiche pericolose — copre tessili, pellame e materiali plastici. Gli accessori metallici non sono mai stati considerati.

Ester Falletta, direttrice tecnica del Consorzio Physis, usa due parole precise per descrivere quello che è accaduto nel vuoto lasciato da quell’assenza: forzature e storture. Le richieste ai fornitori sono arrivate comunque, perché i brand non potevano permettersi di aspettare una lista che nessuno stava redigendo. E così una fibbia, una cerniera, un morsetto sono finiti sotto un metro pensato per altri.

 

CHI PUÒ SCRIVERLA DAVVERO

La domanda vera è chi abbia i titoli per redigere una lista del genere. Non un singolo produttore, che conosce bene solo il proprio anello. Non un brand, che vede la filiera dall’esterno e dall’alto.

Physis è il primo consorzio nato per rappresentare l’intera catena di produzione dell’accessorio metallico: dalla raffinazione dei metalli agli impianti, dai software alle soluzioni tecnologiche di supporto, dai materiali base ai semilavorati, fino ai trattamenti superficiali di deposizione galvanica e verniciatura. Questa struttura ha permesso di mettere attorno a un tavolo tecnici che presidiano fasi produttive diverse, con l’aggiunta di una rete internazionale di esperti.

Dal 2025 il progetto di sviluppo dell’MRSL per l’accessorio metallico è partito ufficialmente, con il Consorzio Physis nel ruolo di capofila, in tandem con ZDHC.

 

GALVANICA, PRIMO CAPITOLO

A fine 2025 il gruppo di lavoro ha definito la prima lista: le sostanze soggette a restrizione nelle deposizioni galvaniche applicate agli accessori metallici.

Dentro ci sono tre macrocategorie: sostanze metalliche, organiche e inorganiche.

Il documento è stato trasmesso all’MRSL Council, che ha istituito un Technical Expert Group (TEG) composto da esperti internazionali di formulazione, impianti e processi industriali, sostenibilità e rappresentanti dei brand. Il TEG, presieduto da Ester Falletta, sta ultimando la revisione del documento, la cui validazione finale da parte dell’MRSL Council, l’organo che ne cura la revisione tecnica indipendente, è prevista per ottobre 2026.

 

NON UN ELENCO DI DIVIETI

Una lista di sostanze ristrette viene istintivamente letta come un cartello di divieto, e quindi come un costo, una complicazione, un problema. Ma la situazione dovrebbe essere letta in ben altro modo: la pubblicazione dell’MRSL non sarà un punto d’arrivo, sarà un punto di partenza.

La logica è quella dei piani progressivi di riduzione, che accompagnano l’impiego di una sostanza fino al phase-out, cioè fino al suo abbandono. E l’elenco verrà riesaminato periodicamente, a mano a mano che la tecnologia della filiera avanza. Con un criterio che raramente compare nei documenti di sostenibilità: accanto alla tutela ambientale e alla salute e sicurezza, viene messa sul tavolo anche la sostenibilità industriale ed economica di ciò che si chiede di implementare. Tradotto: nessuna riduzione che una filiera reale non sia in grado di sostenere.

Non una lista statica di obblighi, dunque, ma un programma che cammina insieme alla ricerca, e per certi aspetti la stimola.

Per anni all’accessorio metallico è stato chiesto di dimostrarsi pulito usando il termometro di qualcun altro. Adesso sta costruendo il proprio sistema di valutazione. Un gran passo in avanti.

Samoa di U.S. Polo Assn ripensa il concetto di smart-casual estivo

Lo storico marchio ufficiale della United States Polo Association ha presentato allo scorso Pitti Uomo la sua collezione calzature per la prossima estate che coniuga, ancora una volta, l’autentico spirito sportivo, con le tendenze più attuali del menswear. Protagonista è il modello Samoa, una calzatura ibrida che reinventa il concetto di smart-casual estivo, unendo la struttura leggera e rilassata della classica espadrillas alla silhouette stringata e dinamica di una sneaker urbana. Realizzato in canvas leggero e traspirante, il modello si distingue per dettagli iconici come il logo ricamato del doppio giocatore di polo, la tradizionale suola con bordo in corda intrecciata e battistrada in gomma flessibile, pensato per garantire così comfort e versatilità durante tutta la stagione estiva.


 Sebago: ritorno alle origini per l’80esimo anniversario

Ottant’anni fa Daniel J. Wellehan fonda nel Maine il proprio marchio insieme agli amici e soci Joe e Will, con la visione di trasformare il profondo legame con il territorio in prodotti autentici e senza tempo. Prende così avvio una produzione di mocassini classici, immediatamente apprezzati per l’elevata qualità della manifattura. Valori che ancora oggi ispirano il brand che festeggia l’importante traguardo di 80 anni con il Boat Tour, un progetto che trasforma il modello iconico Docksides in una barca a forma di scarpa in viaggio tra Milano, Amsterdam, Firenze, Parigi e Londra. Nasce anche una capsule collection Limited Edition e Made in USA, con protagonista ancora la Docksides, proposta in pelle pieno fiore in due colori.

Sebago Boat Tour Milano


Monkuniverse ripensa la camminata con la sua Monk (bare) Foot

Frutto della visione di Giacomo Gallina, fashion e footwear designer con quasi vent’anni di esperienza nel settore del lusso, con il lancio del progetto Monk (bare) Foot il marchio introduce una calzatura leggera e di alta qualità, concepita per rivoluzionare il concetto di camminata secondo la filosofia del vuoto e la meditazione in movimento.

Il nome del brand racchiude la sua intera essenza: Monk richiama la figura del monaco, mentre il concetto di Mu – risposta a un antico koan giapponese che significa “nulla” o “vuoto” – si fa manifesto creativo, vera origine di ogni processo generativo.

Il progetto Monk (bare) Foot traduce questa filosofia in un’esperienza fisica che simula la camminata a piedi scalzi, un’antica pratica di meditazione zen.Per ricreare la sensazione del contatto nativo con il suolo, la scarpa adotta la suola Vibram FF Cup: un guscio ultrasottile di pochi millimetri di gomma a “drop-zero” (privo di dislivello tra tacco e punta). La straordinaria flessibilità di questo componente si sposa con l’eccellenza della manifattura italiana. La tomaia, in vera pelle pieno fiore, viene cucita direttamente alla suola in gomma, mentre il soletto interno è in vero cuoio. La produzione è interamente affidata a un piccolo calzaturificio artigianale veneto, custode della tradizione del Made in Italy.