ArsTannery Magazine

UNPAC si associa a COTANCE

Lo scorso 16 settembre Unapc, l’associazione nazionale che raggruppa le maggiori aziende chimiche produttrici ausiliari per la pelle, si è formalmente associata a Cotance come stakeholder con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione lungo tutta la filiera. 

Cotance è la federazione europea che raggruppa le associazioni delle concerie a livello europeo; tra queste anche l’italiana UNIC, con la quale già Unpac collabora su tavoli di normative nazionali ed internazionali.
“L’ingresso di Unpac in Cotance rappresenta un passo importante per favorire un confronto sempre più stretto tra il mondo della chimica e quello conciario, con l’obiettivo comune di affrontare insieme le sfide normative, tecnologiche e di sostenibilità che interessano il settore” spiega Pierluigi Braggion, presidente Unpac.

Pierluigi Braggion, presidente UNPAC ed Edoardo De Paola, direttore COTANCE

Robbiki Leather City: la missione egiziana si conclude a Turbigo

Si è conclusa il 18 settembre, a Turbigo, la missione in Italia della delegazione ufficiale egiziana di Robbiki Leather City, guidata dal Dr. Ahmed Maghawry, Assistente del Ministro egiziano dell’Industria per la Cooperazione Internazionale. Dopo la visita e gli incontri al Simac Tanning Tech, l’ultimo giorno il programma della missione ha proposto la conferenza internazionale “La pelle e il suo distretto, un secolo di storia”, dedicata alla storia e all’evoluzione del distretto conciario di Turbigo.
Il convegno, moderato da Ernesto Pisoni, si è svolto alla presenza del Sindaco di Turbigo Fabrizio Allevi, del capo della delegazione egiziana e di esperti, rappresentanti istituzionali e protagonisti del comparto.

La missione si inserisce nel più ampio percorso di cooperazione tra Italia ed Egitto che ha accompagnato lo sviluppo di Robbiki Leather City. In questo processo, un ruolo centrale è stato svolto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS, www.aics.gov.it/), che attraverso il programma “Support to the Development of Robbiki Leather City” ha messo a disposizione 6 milioni di euro per sostenere il consolidamento del distretto conciario. L’intervento ha riguardato in particolare il rafforzamento del Leather Tanning Technology Centre (LTTC), la formazione e il trasferimento di competenze e tecnologie, l’assistenza tecnica ai conciatori e il supporto alla gestione delle strutture comuni di Robbiki.

È proprio su questa base che la cooperazione italiana sta accompagnando Robbiki verso una nuova fase: dopo il sostegno allo sviluppo delle infrastrutture, delle competenze tecniche e delle capacità istituzionali, il collegamento diretto con il sistema industriale italiano punta oggi a favorire nuovi rapporti tra imprese, centri tecnologici e istituzioni dei due Paesi. Lo Study Tour in Italia rappresenta in questo senso un passaggio concreto del percorso avviato da AICS, mettendo la delegazione egiziana a contatto con distretti produttivi, aziende tecnologiche, associazioni di categoria e centri di competenza italiani.

Tra gli interventi del convegno, quello dello storico locale Giuseppe Leoni, del CEO di Magazzini Generali Francesco Bellone e del Vicepresidente IULTCS Giancarlo Lovato, che ha illustrato l’importante attività di divulgazione scientifica e di valorizzazione della cultura conciaria svolta dall’Unione Internazionale dei Chimici Conciari.
Particolarmente articolato l’intervento del Prof. Christian Garavaglia, Professore di Economia Industriale all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Consigliere regionale della Lombardia, che ha ripercorso l’evoluzione industriale, economica e sociale dei distretti produttivi. In un contesto caratterizzato da una crescente competizione internazionale, ha sottolineato, ogni attore economico è chiamato a contribuire alla creazione di valore lungo l’intera value chain. Un ruolo importante spetta anche alle istituzioni: in questo quadro, la Regione Lombardia è impegnata a sostenere concretamente le filiere economiche del territorio.

Tornando all’esperienza di Robbiki Leather City, questa rappresenta un esempio significativo di come la Cooperazione italiana possa tradursi in un sostegno concreto allo sviluppo industriale di un’intera filiera. Il distretto nasce dall’esigenza di trasferire fuori dal Cairo le decine di concerie artigianali concentrate nell’area di Magra El Eyoun, nel cuore della capitale egiziana. Oggi Robbiki è un moderno e funzionale parco industriale, dotato di infrastrutture e servizi, che ospita circa 190 piccole e medie imprese tra concerie, aziende meccaniche e fornitori specializzati. Un polo produttivo in continua crescita, destinato ad accogliere prossimamente nuove realtà e a consolidare il proprio ruolo strategico nella filiera della pelle egiziana.
Il progetto Robbiki ha rafforzato i rapporti tra l’industria egiziana e i distretti italiani della pelle, favorendo infrastrutture, innovazione tecnologica e gestione ambientale e occupazionale. I risultati ottenuti hanno aperto la strada a nuovi progetti dedicati anche ai comparti del marmo e granito e dell’arredamento.
L’obiettivo è ora quello di passare dal sostegno pubblico alla creazione di condizioni favorevoli per investimenti privati, trasferimento tecnologico e partenariati economici duraturi. In questo senso, Robbiki si propone come modello di cooperazione capace di attrarre investimenti, creare occupazione e rafforzare le filiere produttive locali.
Nell’ambito della collaborazione, oltre alla fiera della tecnologia per l’area pelle, la delegazione egiziana ha visitato aziende, centri di ricerca e distretti conciari italiani, tra cui Vigevano e Turbigo, entrando in contatto con l’intera filiera e con i principali fornitori di tecnologie e macchinari.
La giornata si è conclusa con la firma di un Memorandum of Understanding, alla presenza del Sindaco, degli ospiti e dei rappresentanti della delegazione, per rafforzare la collaborazione tra Italia ed Egitto e creare nuove opportunità per la filiera della pelle.
Nel pomeriggio la delegazione si è recata in visita al Gruppo CAP (Consorzio Acqua Potabile) che gestisce il servizio idrico integrato e la depurazione delle acque reflue per ricevere chiarimenti su importanti aspetti ambientali e di gestione delle acque.

Dopo un intenso programma di incontri, visite tecniche, momenti di formazione e confronti con imprese e associazioni italiane, la missione si conclude con un bilancio concreto di nuove relazioni, competenze messe in comune e collaborazioni che pongono le basi per il futuro sviluppo della collaborazione fra Italia ed Egitto nella filiera della pelle.

La firma del Memorandum of Understanding, alla presenza del Sindaco, per rafforzare la collaborazione tra Italia ed Egitto
Al centro il direttore Assomac, Agostino Apolito, con il suo predecessore Roberto Vago che tanto si è speso per la realizzazione del parco industriale di Robbiki
Foto di gruppo della delegazione egiziana e degli ospiti italiani

GSC GROUP, la positività è un atto di coraggio

Cosa succede quando un’azienda, in uno spazio fieristico dedicato a prodotti, incontri e business, decide di non esporre nulla? Nasce Positivity Cabin – 30 Seconds of Positivity, il progetto ideato dall’artista e performer Andrea Bianconi e realizzato insieme a GSC Group.
L’installazione creata in occasione di Simac Tanning Tech 2026 (pad. 18, C36) invita i visitatori a concedersi trenta secondi di pausa, trasformando un gesto semplice in un’esperienza immersiva dedicata alla riflessione e alla positività. Al termine del percorso, ogni partecipante riceve una spilla dorata con la scritta YESSS, simbolo di un atteggiamento da portare con sé anche oltre la fiera. «La positività è un atto di coraggio» commenta l’artista Andrea Bianconi.
Il progetto rappresenta anche una scelta di comunicazione controcorrente: GSC Group rinuncia al tradizionale ruolo da protagonista per lasciare spazio all’esperienza del pubblico, dimostrando che, talvolta, il messaggio più forte nasce proprio dalla sottrazione. «Per una volta abbiamo deciso di togliere, anziché aggiungere» spiega Adriano Serafini, presidente GSC Group.
Con Positivity Cabin, arte e impresa si incontrano per lanciare una domanda tanto semplice quanto attuale: quanto tempo siamo ancora capaci di dedicare a un “sì”?

Sinergia Circolare: il 54° Convegno Nazionale AICC mette al centro il futuro sostenibile della filiera conciaria

Normative, innovazione chimica, processi industriali e ricerca si incontrano in un’unica giornata di confronto per delineare il futuro della concia italiana. Venerdì 9 ottobre 2026, l’Hotel Lloyd’s Baia di Vietri sul Mare (Salerno) ospiterà il 54° Convegno Nazionale AICC, intitolato “Sinergia Circolare: Normative, Chimica e Processi Industriali – L’alleanza delle competenze per una competitività sostenibile”.
L’evento, promosso dall’Associazione Italiana dei Chimici del Cuoio, si propone come un momento di approfondimento dedicato alle sfide che stanno ridefinendo il settore: dalla crescente pressione normativa europea alla necessità di rendere misurabili le performance ambientali, fino alle nuove tecnologie capaci di coniugare qualità, innovazione e circolarità.
Dopo la registrazione dei partecipanti e l’apertura ufficiale con i saluti del presidente AICC e delle autorità, il programma entrerà nel vivo con un intervento di Luca Marucci della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che affronterà un tema quanto mai attuale: la comunicazione della sostenibilità e i rischi legati al greenwashing.
La credibilità delle strategie ESG sarà al centro anche della relazione di Serena Portella, Sustainability Manager di Muno, dedicata all’importanza di materialità, valutazione degli impatti e qualità del dato come strumenti per costruire una sostenibilità realmente verificabile.
Ampio spazio sarà riservato all’innovazione applicata ai processi produttivi. Marco Cazzola di GSC Group presenterà uno studio sull’impatto ambientale e prestazionale dei reticolanti impiegati nei finissaggi per il settore automotive, mentre Dario Monolo di Icap Leather Chem illustrerà il ruolo di strumenti come ZDHC e Life Cycle Assessment nel misurare concretamente il valore dell’innovazione sostenibile.
Nella seconda parte del Convegno il focus si sposterà sulle applicazioni concrete dell’economia circolare. Alberto Colella di Russo di Casandrino illustrerà un progetto dedicato al recupero del collagene dagli scarti conciari per nuove applicazioni produttive, mentre Daniela Caracciolo di Vignola Nobile presenterà il progetto europeo H2OxyTan, basato su complessi metallici biodegradabili e su un innovativo sistema di trattamento dei reflui con perossido di idrogeno e raggi UV.
Il comparto automotive tornerà protagonista con l’intervento di Luca Frighetto di Pasubio, che presenterà una ricerca sulla riduzione e il monitoraggio delle aldeidi attraverso approcci analitici alternativi agli standard oggi più diffusi.
La ricerca scientifica offrirà ulteriori prospettive grazie a Claudia Florio della Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli, che illustrerà il progetto Smart Leather Quality, dedicato all’impiego di spettroscopia e sistemi di visione intelligente per migliorare il controllo qualità e la sostenibilità dei processi conciari.
A chiudere il ciclo degli interventi sarà Luca Pucci di Gori, con una panoramica sulle strategie e sulle innovazioni sviluppate in vista della nuova Direttiva Europea sulle Acque Reflue Urbane, tema destinato ad avere ricadute significative sia sulla depurazione civile sia su quella industriale.
Il convegno si concluderà con le considerazioni finali e, successivamente, con una cena offerta dagli sponsor presso l’Hotel Lloyd’s Baia, occasione informale per favorire il dialogo tra aziende, ricercatori e professionisti della filiera.

Per partecipare è richiesta la registrazione attraverso il sito ufficiale www.aicc.it

La fabbrica in mostra: a MICAM e MIPEL scarpe e borse nascono davanti ai visitatori

Dal 13 al 15 settembre 2026, al Padiglione 5 di Fiera Milano Rho. Al centro del padiglione si trova M&M – The Hub, lo spazio condiviso da MICAM e MIPEL, dedicato a formazione, innovazione, tendenze e nuove generazioni di brand. Al suo interno torna M&M – The Factory & The Academy Hub: un laboratorio attivo e operativo dove, per tre giorni, tre prodotti vengono costruiti sotto gli occhi dei visitatori, con tecnici esperti che operano direttamente sui macchinari e con tecnologie all’avanguardia.

 

Uno spazio dedicato alle fasi di realizzazione di un oggetto di pelletteria e di un prodotto calzaturiero, offrendo a buyer e visitatori una prospettiva concreta sulle competenze, sulle tecnologie e sui processi produttivi che caratterizzano il Made in Italy.

 

La targhetta portanome parte da un pezzo di pelle conciata al vegetale, tagliata con fustella di precisione: le due metà vengono cucite su una macchina automatica, rifinite con un nastro serigrafato con i loghi MICAM Milano e MIPEL e chiuse da un dettaglio ricamato. Ne verranno realizzati 500 esemplari, regalati e personalizzati con le iniziali dei visitatori durante i tre giorni di fiera.

 

La sneaker Made in Italy nasce da una costruzione “sneaker flex”, con tomaia in vitello rovesciato — il materiale tipico dei mocassini sfoderati — e logo a rilievo impresso sulla linguetta con saldatura ad alta frequenza.

 

La borsa in canvas e pelle, ispirata ai modelli per il trasporto delle bottiglie di vino, serve a portarsi a casa la sneaker: corpo in tela di cotone rigida per mantenere la forma, fondo e tracolla in pelle conciata al vegetale, fondo cucito e rovesciato, regolazione della tracolla grazie a un sistema di pin in metallo.


 

Dietro al progetto la collaborazione di quasi trenta aziende di materiali e tecnologie, con Assomac e Simac Tanning Tech come partner. In lavorazione anche macchinari con sistemi di visione automatica e intelligenza artificiale, capaci di riconoscere i materiali e programmare da soli i percorsi di lavorazione.

Il coordinamento del progetto e la regia formativa sono affidati ad Arsutoria, che accompagna la parte didattica con un programma di workshop e seminari rivolti a scuole e studenti.

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Il sistema fiera guarda oltre: c’è un nuovo processo di acquisto nel comparto della moda

L’8 settembre 2026 si è svolta a Milano, presso l’ADI Design Museum, la conferenza stampa, promossa da Fashion Link Milano, che ha riunito MICAM Milano, MIPEL, Simac Tanning Tech, Milano Fashion&Jewels e TheOneMilano, insieme a professionisti della filiera per analizzare come stanno cambiando i processi di acquisto e, di conseguenza, il ruolo delle fiere. A guidare il confronto Orietta Pelizzari, Global Trend Researcher, creative concept e moderatrice, insieme a Chiara Allegra Moretti, independent buyer, e Federico Galli, storyteller.

 

Uno degli argomenti principe dell’incontro è stato il ruolo e la figura del buyer, THE BUYER JOURNEY, nel comparto moda. Il buyer arriva oggi in fiera dopo aver già svolto una parte significativa del proprio lavoro: ricerca continua, confronti, pre-selezioni e la costruzione di una prima agenda di interlocutori e prodotti. La visita non rappresenta più soltanto un momento di scoperta, ma una delle fasi di tutto il processo decisionale e di acquisto che diventa più ampio, inizia prima della manifestazione e prosegue nella relazione con aziende, brand, fornitori e partner. Come ha affermato anche Giovanna Ceolini, Presidente di Micam: “Oggi bisogna pensare che per partecipare a una fiera bisogna essere preparati e organizzati, sapere cosa si cerca, dove e come trovarlo e lasciare spazio in loco alla ricerca di nuove opportunità di business”.

La preparazione, del resto, non è un’aspirazione teorica ma la risposta a un vincolo concreto: il tempo di permanenza in fiera si è accorciato, spesso a un giorno e mezzo, e il rischio è che la visita si esaurisca nel giro dei fornitori già acquisiti. Gli strumenti di matchmaking servono ad allargare la piazza e a far incontrare domanda e offerta che altrimenti non si incrocerebbero, ma funzionano soltanto se le aziende li alimentano davvero: dati, lanci, campioni, colori e le ragioni che stanno dietro a ogni proposta.

In questo scenario fare impresa non riguarda soltanto i brand, i buyer e le strutture fieristiche. Comprende anche chi decide processi e tecnologie da utilizzare: chi sceglie i materiali, il modo di produrre e il livello di qualità che un prodotto incorpora. È il passaggio che collega la dimensione commerciale a quella industriale e che spiega perché la presenza fisica del buyer sul territorio italiano conservi un valore specifico: private label, adattamenti e prodotti sviluppati su misura di un determinato punto vendita nascono dal contatto diretto con chi produce, non da un catalogo.

Un’evoluzione che coinvolge un sistema fieristico che, attraverso le manifestazioni di Fashion Link Milano, riunisce complessivamente 1.848 marchi.

Un sistema che rappresenta in larga parte un prodotto di fascia media, privo dell’effetto marketing dei grandi marchi e che ha quindi bisogno di un interlocutore — il buyer prima, il consumatore poi — capace di riconoscere il valore di ciò che acquista. Il buyer, quindi, non è più solo un selezionatore, ma un vero e proprio curatore.

 

LA GEOPOLITICA DELL’OPINIONE ESTETICA E DEL GUSTO

Ad aprire la riflessione è stata Orietta Pelizzari con il concetto di “geopolitica dell’opinione”: il gusto non è più determinato da un’unica generazione o da un unico attore, ma nasce dall’interazione tra i consumatori di quattro generazioni diverse, oltre a buyer, brand e community. Secondo NIQ/World Data Lab (2025), la Gen X è oggi responsabile di 15.200 miliardi di dollari di spesa globale, il 40% in più della Gen Z. I consumatori sono sempre più definiti dai propri valori e le generazioni si influenzano a vicenda, andando così oltre al semplice concetto di età anagrafica. Per brand e retailer questo significa superare una segmentazione rigida e costruire strategie capaci di colpire più generazioni contemporaneamente.

Dietro il dato non c’è però soltanto una capacità di spesa. I motori dell’acquisto di questa generazione sono due, memoria e valore: si compra ciò che si è vissuto e ciò di cui si riconosce la qualità. Un meccanismo che si trasmette anche alle generazioni successive, che si avvicinano agli stessi codici per senso di appartenenza più che per ricordo diretto. La dinamica cambia inoltre da mercato a mercato: negli Stati Uniti la Gen X esprime un valore di spesa nell’ordine dei 97 miliardi di dollari, in Corea si salda con la generazione successiva in un profilo ibrido, in Cina è in crescita per ragioni proprie.

Per il fashion system cambia quindi il modo di leggere il mercato: la competizione si sposta dalla conquista di un mercato alla capacità di diventare rilevanti nella conversazione che ne orienta il gusto.

Gli insight presentati da Pelizzari si inseriscono nel percorso di ricerca già avviato con Curator Buyer, ne emerge un buyer sempre più vicino a un curatore e a un imprenditore. Si tratta dunque di un professionista chiamato a interpretare trend, consumatori, mercati, marginalità e identità del punto vendita e a trasformare una quantità crescente di informazioni in scelte mirate.

 

UN BUYER PIÙ PREPARATO, UN RETAIL PIÙ IDENTITARIO

La ricerca del prodotto è oggi un processo continuo, nel quale fiere, showroom e relazioni dirette convivono con piattaforme digitali, social e dati di vendita. La maggiore disponibilità di informazioni rende ancora più importante la capacità del buyer di filtrare, interpretare e verificare.

Ne discende un profilo professionale doppio: competenze qualitative, cioè saper riconoscere un buon prodotto e una buona immagine, e competenze quantitative, cioè leggere budget, marginalità, performance di vendita e andamento dei mercati. Una combinazione che la formazione italiana ha intercettato tardi: la manualistica di riferimento è stata a lungo di matrice anglosassone, costruita su un modello di retail molto distante da quello italiano, fatto in prevalenza di boutique indipendenti multibrand.

Cambiano, di conseguenza, anche i criteri con cui un marchio viene giudicato acquistabile. Contano la credibilità e la coerenza tra estetica, punto prezzo, posizionamento e qualità effettiva del prodotto. Contano poi elementi che nulla hanno a che vedere con lo stile: l’affidabilità della struttura commerciale, il rispetto delle consegne — un problema che colpisce anche brand di grande successo, proprio perché cresciuti in fretta — la capacità di gestire swap, riassortimenti e cambi merce, e la cura della distribuzione, decisiva soprattutto per il retail di fascia alta.

Questo processo di ricerca da parte dei consumatori e dei buyer viene e deve essere agevolato dalla comunicazione commerciale dei brand, come detto da Federico Galli in uno dei suoi interventi: “Per i brand e le aziende emerge sempre più la necessità di comunicare non tanto il prodotto in sé, quanto i processi, le persone, tutto quello che sta dietro alla realizzazione dei prodotti e che definisce l’identità del brand stesso”.

Il freno, su questo fronte, non è tecnico ma culturale. Molte imprese esitano a raccontarsi, tra un pudore che scambia la discrezione per stile e la convinzione che la propria bravura non abbia bisogno di essere spiegata. È un’occasione mancata, perché i veri influencer del settore sono gli artigiani e le aziende: non devono inventare nulla, devono mostrare quello che fanno ogni giorno. Dall’altro lato c’è un consumatore che non ha smesso di spendere ma è diventato più attento e più informato, e che cerca elementi concreti per orientare l’acquisto. Attribuire le difficoltà soltanto al fast fashion o alla concorrenza estera significa rimandare il confronto con i problemi interni della filiera.

Anche il punto vendita assume un ruolo più attivo. Private label, assortimenti costruiti per specifici pubblici e prodotti sviluppati per determinate location trasformano il retail in un progetto identitario. La domanda non è più soltanto quale prodotto acquistare, ma quale prodotto sia giusto per quel negozio, quel cliente e quel mercato. Claudia Sequi, Presidente di Assopellettieri, ha aggiunto: “Nell’evoluzione tra compratore e retailer, come anche all’interno delle proposta fieristica, si vede un adeguamento delle collezioni per cercare di comprendere quante più possibili categorie merceologiche, costruendo collezioni in maniera coerente così da fornire degli input al compratore che lo aiutino a costruire la propria offerta”.

In questo percorso, la dimensione fisica della fiera mantiene un valore distintivo: vedere e valutare il prodotto, confrontarsi direttamente con imprenditori e fornitori e costruire relazioni restano elementi difficilmente sostituibili. Il digitale non prende quindi il posto della fiera, ma ne amplia il percorso prima e dopo la manifestazione.

 

IL BUYER INDUSTRIALE

Chi si occupa della tecnologia che permette e agevole la filiera produttiva ha posto l’accento anche su una differente figura di buyer. Accanto al buyer di prodotto opera un buyer industriale, con criteri di valutazione propri. Non cerca soltanto la risposta a un’esigenza produttiva: valuta l’affidabilità e la flessibilità della macchina, la sostenibilità e i consumi energetici, e sempre di più la dotazione software, cioè la capacità dell’impianto di dialogare con le altre macchine e con i diversi reparti dell’azienda. Sono scelte che incidono sulla competitività dell’impresa ben oltre la stagione in corso e che, a monte, determinano la qualità di quanto arriverà sul banco del punto vendita.

 

CINQUE PROSPETTIVE, UN UNICO BUYER JOURNEY

Il confronto tra le manifestazioni ha restituito prospettive differenti ma complementari. MICAM Milano ha portato il punto di vista del footwear e di un buyer sempre più preparato, supportato da strumenti di matchmaking e trend intelligence. Milano Fashion&Jewels quello dello scouting e della costruzione di assortimenti trasversali tra fashion, accessori e gioiello. MIPEL la relazione tra pelletteria, prodotto, distribuzione e punto vendita. TheOneMilano il ruolo del sourcing, della capacità produttiva e del private label. Simac Tanning Tech la dimensione industriale della scelta, dove tecnologie, processi e partner incidono sulla competitività futura dell’impresa. Percorsi diversi che convergono su una stessa esigenza: rendere più qualificato ed efficace l’incontro tra domanda e offerta.

Il vantaggio dell’aggregazione, del resto, non riguarda soltanto chi compra. Al buyer consente di ottimizzare i tempi e di trovare in un’unica occasione l’insieme delle categorie di cui ha bisogno per costruire la propria offerta; agli espositori apre occasioni di cross-selling e l’accesso a una platea di compratori più ampia di quella che una singola manifestazione settoriale può garantire. È la logica di rete tra manifestazioni vicine commercialmente e culturalmente.

 

LA FIERA COME PIATTAFORMA DI RELAZIONE

Da questa prospettiva, la fiera evolve da luogo di incontro a piattaforma di relazione. Il buyer si aspetta di poter preparare la visita, orientare la ricerca, selezionare gli interlocutori, organizzare gli incontri e proseguire il dialogo anche dopo la manifestazione. La dimensione fisica e quella digitale si integrano: la prima conserva un valore specifico nella valutazione del prodotto e nella costruzione delle relazioni, mentre gli strumenti digitali rendono il percorso più informato, selettivo e continuativo.

 

Per i settori calzature e borse, il primo appuntamento è con MICAM Milano e MIPEL dal 13 al 15 settembre e, a seguire, con Lineapelle e Simac Tanning Tech dal 15 al 17 settembre.

Dalla Cina all’Europa in 72 ore: Changli scommette sulla logistica

Nel Duecento il porto di Quanzhou si chiamava Zaiton ed era uno dei più grandi scali del mondo: di lì partivano sete, spezie e ceramiche verso l’Occidente. Ottocento anni dopo, dallo stesso tratto di costa del Fujian il concetto di base rimane inalterato: scarpe stoccate in un magazzino doganale, smistate da un algoritmo, consegnate in Europa in 72 ore.

 

È il Changli Smart Logistics Park, il terzo mestiere del Changli Group. Il nome dice poco alle nostre latitudini, il curriculum parecchio. Changli è anzitutto un ODM: oltre trent’anni di produzione per marchi internazionali — GEOX, Jack Wolfskin, Skechers, Diesel, Moon Boot, Head, Roberto Cavalli, per citarne solo alcuni — su sei categorie, dall’outdoor al waterproof, dallo sport al bambino.

 

Alla guida del gruppo c’è Rebecca Lin, cresciuta in una famiglia di calzaturieri e subentrata in azienda con l’intenzione di trasformarla. Il secondo mestiere che lei ha sviluppato per l’azienda è un marchio proprio, Rebecca Lim’s: calzatura wellness nata, racconta la fondatrice, dai piedi di sua madre, insegnante per quarant’anni e, quindi, sempre in piedi. Tre anni di ricerca sulla biomeccanica del piede tra il 2014 e il 2016, oltre mille test, lancio nel 2017. Plantare ispirato alla riflessologia della medicina tradizionale cinese, materiali vegani, cinque mercati asiatici conquistati senza pubblicità.

 

Allora la domanda è: perché un’azienda che sa fare scarpe investe in capannoni? La risposta sta nella geografia industriale di Jinjiang: il distretto calzaturiero più completo al mondo, sprovvisto però di logistica di standard adeguato. Il parco — 118 acri di terreno, circa 200.000 metri quadrati coperti — è classificato come infrastruttura logistica di livello provinciale e sarà il primo parco doganale di Quanzhou, gestito con SF Express.

I numeri dichiarati: smistamento con intelligenza artificiale oltre i 4.300 SKU l’ora, accuratezza del 99,98%, 1,2 milioni di paia movimentate ogni anno senza contestazioni, tracciabilità in blockchain, diciotto magazzini europei tra Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Italia, servizio DDP. Sotto lo stesso tetto deposito doganale, fulfillment per l’e-commerce transfrontaliero, trasporto internazionale, ultimo miglio e logistica inversa. Per i calzaturifici locali significa costi logistici più bassi e merce che gira più in fretta. Per i marchi che lavorano con Changli, la promessa è una riduzione dei costi di filiera fino al 40%.

 

La direzione è ben leggibile: Jinjiang smette di vendere soltanto capacità produttiva e comincia a vendere tempo. Per trent’anni il vantaggio competitivo di quel distretto si è cucito in fabbrica. Ora si misura in ore.

CBAM, Scope 3 e robot: l’agenda del Global Footwear Sustainability Summit 2026

Nei manuali di alpinismo è sempre riportata una regola: la vetta è facoltativa, il ritorno no. Sopravvivere viene prima di vincere e conquistare la cima.

Apri la presentazione del quattordicesimo Global Footwear Sustainability Summit e ritrovi la stessa gerarchia, stampata in rosso su una slide altrimenti blu: “Soluzioni per la sopravvivenza”. Il seguito, “Trasformare la sostenibilità in un cambio aziendale scalabile”, resta in nero. La scelta cromatica dice già il punto di partenza da cui prende le mosse il dibattito.

 

Il GFSS nasce nel 2012 come tavolo di confronto fra dirigenti della filiera calzaturiera mondiale, associazioni e governi, sotto il tema di lungo periodo “Innovazione nel settore calzaturiero a livello globale e sviluppo sostenibile”. In tredici edizioni vi hanno preso parte tanti marchi importanti, come Nike, adidas, New Balance, Under Armour, Brooks, Deckers, Clarks, Skechers, Vibram, Fila, H&M e Levi’s. La quattordicesima si tiene dal 25 al 28 ottobre 2026 a Jinjiang, in Cina, promossa da Changli, Ximengzi e Footwear Future.

 

Oltre 600 delegati, più di 200 marchi, altrettante fabbriche e OEM/ODM, 250 espositori, una sessantina di ore di networking, una trentina di temi. La platea è composta per il 40% da brand e uffici sourcing, per il 22% da fornitori di materiali e tecnologie, per il 16% da calzaturifici e terzisti; il resto si divide tra logistica (8%), carbon management (7%), consulenza (4%) e soluzioni circolari (3%). Come è composto il parterre? Il 70% è senior leadership, con il 27% di C-level, il 21% di direttori supply chain e il 20% di R&D materiali. A livello geografico: 45% Asia-Pacifico, 40% Stati Uniti ed Europa, il resto fra Taiwan, Hong Kong, Giappone e Corea. Chi decide gli acquisti e chi li produce nella stessa stanza.

 

Molto interessanti, indicative e significative le tematiche trattate. Il primo blocco è normativo: politiche ambientali per la manifattura asiatica (China Leather Industry Association), CBAM e due diligence per esportare in Europa con Marina Crnoja-Cosic (EURATEX), un panel sul sourcing fra Cina, Indonesia, Vietnam e India. Il secondo riguarda emissioni e circolarità: Scope 3, LCA, cicli chiusi, pelli sintetiche bio-based. Il terzo è produttivo: lean manufacturing, intelligenza artificiale, stampa 3D e robotica, tracciabilità digitale lungo la catena di fornitura. In mezzo, le visite agli stabilimenti — Anta, Changli Industrial Park, SinceTech, Koyee, Ipath, Hsrobotics, Kclka — perché una fabbrica, spesso, racconta più di una slide.

 

Il concetto che cappeggia l’incontro è ormai un mantra per il settore: la sostenibilità non è un costo ma un vantaggio competitivo, e chi inquina meno spesso spreca anche meno denaro.

Per maggiori informazioni: footwearfuture.com/events/gfss.

Oltre lo zero sostenibile: se ne parlerà al Convegno Tecnico AICC Veneto il 20 novembre prossimo

Quest’anno il Comitato Organizzatore del Convegno Tecnico AICC Veneto ha scelto di focalizzare l’attenzione su un tema cruciale e di stretta attualità per il futuro e l’innovazione della nostra filiera, dal titolo: “Oltre lo zero sostenibile: gestione, sostituzione e impatto dei solventi residui nei processi conciari”.
Chi desidera presentare un proprio lavoro durante il Convegno è invitato a inviare un abstract entro il 15 settembre 2026 all’indirizzo e-mail [email protected].
L’abstract del lavoro dovrà essere redatto in stretta conformità al modello approvato dal Consiglio Direttivo dell’AICC, e consultabile al seguente link Modello Abstract
“L’industria conciaria ha già ridotto significativamente l’impatto dei solventi grazie a formulazioni e processi evoluti. Per questo, non parleremo delle solite restrizioni normative (REACH, ZDHC, ecc.), ma ci concentreremo sull’utilizzo residuo” spiegano dall’associazione.
L’obiettivo è quello di fare un punto pratico e dare spazio a soluzioni concrete per studiare, ridurre o sostituire quelle frazioni di solventi ancora tecnicamente necessarie in specifiche fasi o nicchie di lavorazione.
AICC informa che saranno prioritariamente valutati contributi di:
* Produttori chimici: formulazioni e polimeri alternativi o sistemi bio-based per sostituire i solventi residui.
* Concerie: ottimizzazioni di processo, modifiche impiantistiche e case history di abbattimento dei residui.
* Depurazione e servizi ambientali: monitoraggio e nuove frontiere nel trattamento e abbattimento dei reflui.
I lavori saranno valutati dalla Commissione Tecnica incaricata e l’accettazione finale per il Convegno sarà tempestivamente comunicata agli autori.

Born Outside: oltre la sneaker

Fondato tra Italia e Dubai da due giovani outsider del settore, Born Outside ha costruito la propria identità nel mondo della sneaker. Con Capitolo III e la collezione SS27 presentata a Pitti Uomo, per la prima volta guarda oltre, presentando il suo primo loeafer ‘Linea’. Un mocassino contemporaneo dalle linee essenziali, costruito su una lastra di gomma a profilo ribassato che mantiene la silhouette vicina al suolo, leggera. La tipica vaschetta del mocassino viene reinterpretata attraverso una costruzione 3D seamless che preserva il carattere classico eliminando ogni ridondanza. Sul retro, una costruzione elastica regala una calzata fluida e rilassata impossibile da trovare in un loafer convenzionale.