ArsTannery Magazine

Congresso mondiale IULTCS, appuntamento a León nel 2027

Manca più di un anno ma già si comincia a parlare del 39° Congresso IULTCS previsto a León, in Messico, dal 25 al 28 ottobre 2027. L’evento clou dell’Unione Internazionale delle Società di Tecnologi e Chimici del Cuoio (IULTCS), che si svolge ogni due anni in un paese diverso, si annuncia più importante che mai. In primis per l’importanza e l’attrattiva della città ospitante per il settore pelle: León è il cuore di uno dei principali distretti produttivi mondiali della produzione del cuoio, e offrirà ai delegati l’opportunità di conoscere da vicino l’industria del cuoio messicana.
A fare gli onori di casa sarà questa volta l’Associazione dei Chimici e Tecnologi del Cuoio di León (AQTCL) che opererà in sinergia con la Camera dell’Industria Conciaria dello Stato di Guanajuato (CICUR). L’obiettivo che li unisce è quello di riunire scienziati, tecnici, ricercatori, produttori, marchi, fornitori di prodotti chimici, esperti di macchinari e leader nel campo della sostenibilità provenienti da tutto il mondo.
Come da obiettivi statutari di IULTCS, il congresso fungerà da piattaforma globale per la condivisione degli ultimi progressi nel campo della scienza, della tecnologia e dell’innovazione nel settore del cuoio, incoraggiando al contempo la collaborazione lungo tutta la filiera del cuoio.
I partecipanti avranno l’opportunità di entrare in contatto con esperti internazionali, decisori, università, marchi, conciatori e fornitori, scambiando idee e innovazioni che possano contribuire a plasmare la prossima generazione della produzione del cuoio.
Per ulteriori dettagli, visitate il sito https://congressiultcsleon2027.mx

Otto a uno

Nelle foreste di kelp del Pacifico settentrionale c’è un animale che pesa trenta chili e tiene in piedi un intero ecosistema: la lontra marina. Finché c’è lei, i ricci di mare restano sotto controllo e le alghe crescono in colonne alte come palazzi. Toglietela, e nel giro di pochi anni i ricci divorano tutto. Resta un fondale spoglio, un “deserto di ricci”. Nessuno aveva pianificato il disastro. È bastato far sparire un anello.

Tenete a mente quel fondale spoglio, perché la storia che racconta l’Assemblea Generale di Assomac, riunita il 18 giugno a Milano, è esattamente questa: cosa succede quando un anello si allenta.

 

OTTO A UNO

Il dato che colpisce di più non è una percentuale, è un rapporto. A Vigevano, distretto storico della meccanica calzaturiera, oggi si contano otto produttori di macchinari per ogni produttore di calzature. Otto a uno. Un ecosistema in cui i predecessori della catena sono rimasti e gli utilizzatori finali se ne sono andati. La filiera, fotografata così, somiglia molto al fondale spoglio: tutto ancora apparentemente al suo posto, ma l’equilibrio è già saltato.

I numeri di sistema confermano la sensazione. Il 2025 si è chiuso a -11%, dopo il -12% del 2024, per una produzione stimata in 512 milioni di euro. Le aziende sono passate da 225 a 220, gli addetti da 3.800 a 3.700, l’export da 385 a 338 milioni. Numeri che segnalano una tendenza decisamente negativa.

 

LA QUOTA CHE SI SCIOGLIE

Nel 2005 l’Italia pesava per il 42% dell’interscambio mondiale del comparto. Nel 2025 pesa per il 27%. Quindici punti evaporati in vent’anni. Nello stesso periodo la Cina è salita fino al 49%, diventando il primo esportatore mondiale. E qui conviene essere disincantati, perché il sorpasso non nasce solo dalla bravura: Pechino gioca con un sostegno pubblico che arriva a essere fino a otto volte superiore alla media dei Paesi OCSE. Non è una gara sullo stesso campo.

Ma sarebbe troppo comodo fermarsi al declino. La flessione non è uniforme, ed è proprio nelle differenze che si legge il futuro. Le macchine per conceria, che per anni avevano tenuto, hanno ceduto del 24,49%: l’arretramento più marcato. Quelle per pelletteria segnano -9,80%, quelle per calzatura -4,08%, mentre i ricambi e la manutenzione restano in sostanza fermi (-0,64%).

 

Le evidenze emerse dall’analisi congiunturale mostrano, quindi, come il settore abbia attraversato negli ultimi trent’anni una profonda trasformazione strutturale. Il numero di imprese e di addetti si è progressivamente ridotto, mentre la produzione e le esportazioni hanno mantenuto livelli relativamente elevati grazie a un processo di specializzazione, concentrazione e aumento del valore aggiunto.

Il comparto si conferma fortemente orientato ai mercati internazionali, con esportazioni che rappresentano una componente strutturale e determinante del fatturato. Tuttavia, l’andamento recente evidenzia una crescente volatilità della domanda e una maggiore esposizione ai cicli economici globali.

Parallelamente, i settori utilizzatori italiani – conceria, calzature e pelletteria – hanno seguito traiettorie evolutive differenti. Il settore conciario e quello calzaturiero hanno registrato una significativa riduzione dei volumi produttivi, del numero di imprese e dell’occupazione, accompagnata però da un progressivo spostamento verso produzioni di fascia medio-alta e ad alto valore aggiunto. Il settore pellettiero, invece, ha vissuto una lunga fase di forte crescita, trainata dallo sviluppo del lusso e dalla domanda internazionale dei grandi brand, pur mostrando oggi una crescente vulnerabilità legata al rallentamento del comparto luxury.

L’analisi competitiva internazionale conferma il ruolo centrale dell’Italia nei segmenti a maggiore specializzazione tecnologica, in particolare nelle macchine per conceria, nelle macchine per pelletteria e nelle parti di ricambio. In questi comparti il sistema italiano continua a mantenere un vantaggio competitivo significativo fondato su qualità, know-how, capacità di personalizzazione e integrazione con le filiere produttive.

Il quadro competitivo risulta invece profondamente diverso nel comparto delle macchine per calzature, dove la Cina ha consolidato una posizione dominante grazie alla capacità di presidiare mercati ad alta intensità produttiva e segmenti più standardizzati.

Il confronto con la Cina rappresenta uno degli elementi centrali. Le analisi mostrano come i due Paesi esprimano modelli industriali profondamente differenti. L’Italia mantiene una forte presenza nei mercati più sofisticati e nei segmenti premium, mentre la Cina concentra la propria crescita nei Paesi emergenti e nelle produzioni a maggiore volume. Tuttavia, il progressivo avanzamento tecnologico cinese e la crescente capacità di penetrazione internazionale rendono sempre più necessario, per le imprese italiane, rafforzare gli elementi distintivi della propria offerta e accelerare i processi di innovazione.

Particolarmente rilevante risulta anche l’evoluzione dei modelli industriali e tecnologici del settore. La macchina non rappresenta più soltanto un bene fisico, ma tende a trasformarsi sempre più in una piattaforma tecnologica integrata, connessa e orientata ai servizi. Digitalizzazione, automazione, software, intelligenza artificiale, manutenzione predittiva, assistenza tecnica da remoto e gestione dei dati stanno assumendo un ruolo crescente nella costruzione del vantaggio competitivo.

Si evidenzia inoltre alcune grandi sfide strategiche che il settore sarà chiamato ad affrontare nei prossimi anni. Tra queste assumono particolare rilievo:

• il rafforzamento dimensionale e patrimoniale delle imprese;

• il passaggio generazionale e l’evoluzione dei modelli di governance;

• la necessità di investimenti crescenti in innovazione tecnologica;

• la costruzione di reti commerciali e di assistenza internazionale più strut-

turate;

• la capacità di presidiare i nuovi mercati emergenti, in particolare Africa,

India e Sud-Est asiatico;

• l’evoluzione delle fiere internazionali verso piattaforme permanenti di rela-

zione e integrazione industriale.

L’analisi dei bilanci conferma che il settore, pur attraversando una fase di crescente pressione competitiva e riduzione della redditività, mantiene nel complesso una struttura patrimoniale e finanziaria solida.

Le imprese mostrano livelli generalmente elevati di patrimonializzazione, buona autonomia finanziaria, adeguata liquidità e una progressiva riduzione della leva finanziaria. Tale solidità rappresenta oggi uno dei principali punti di forza del comparto e costituisce la base necessaria per sostenere investimenti, processi di trasformazione e strategie di crescita internazionale.

Permangono tuttavia elementi di criticità. Gli ultimi anni evidenziano infatti una progressiva compressione dei margini operativi, una maggiore volatilità della redditività, un rallentamento della produttività e un peggioramento nella gestione del capitale circolante, soprattutto nel comparto delle macchine per calzature e pelletteria, che appare maggiormente esposto alle oscillazioni della domanda internazionale.

Il comparto delle macchine per conceria mostra invece una maggiore resilienza e una migliore capacità di assorbire gli shock congiunturali, grazie a una struttura operativa più equilibrata e a una minore volatilità dei risultati economici.

Nel complesso, si ha l’immagine di un settore che conserva ancora importanti punti di forza – competenze tecnologiche, patrimonio industriale, reputazione internazionale e solidità finanziaria – ma che si trova oggi di fronte a una fase decisiva della propria evoluzione.

 

La sfida dei prossimi anni non riguarderà soltanto la capacità di difendere le quote di mercato esistenti, ma soprattutto la possibilità di ridefinire il modello competitivo del settore in un contesto globale profondamente cambiato. Innovazione, integrazione tecnologica, internazionalizzazione evoluta, collaborazione tra imprese, rafforzamento dimensionale e valorizzazione delle competenze rappresenteranno fattori sempre più determinanti.

Le evidenze emerse suggeriscono infine che il mantenimento della leadership italiana richiederà una crescente capacità di sviluppare strategie condivise e visioni industriali di lungo periodo. Solo attraverso investimenti, aggregazione di competenze e rafforzamento della presenza internazionale il settore potrà continuare a rappresentare un punto di riferimento mondiale per le tecnologie dedicate alle filiere della conceria, della calzatura e della pelletteria.

Non esiste Made in Italy senza tecnologia. ASSOMAC e la filiera da preservare

Negli anni Cinquanta una rivista industriale italiana era diretta da un poeta. Si chiamava “Civiltà delle Macchine”, la volle la Finmeccanica, e alla sua guida c’erano Leonardo Sinisgalli – ingegnere che scriveva versi, o forse poeta che progettava macchine, dipende da come lo si considera – e Giuseppe Luraghi, manager passato per Pirelli, Lanerossi, Alfa Romeo. La loro idea era semplice e per l’epoca quasi eretica: tecnologia, industria, cultura e bellezza non sono mondi separati. Sono lo stesso progetto di Paese.

Settant’anni dopo, nella sala del Centro Congressi Fondazione Cariplo, quella stessa intuizione è tornata alla ribalta. Solo che adesso non serve a celebrare un miracolo economico. Serve a fermare un’emorragia.

Il 18 giugno l’Assemblea Generale di ASSOMAC ha messo in fila i conti del comparto delle tecnologie per calzatura, pelletteria e conceria. Dati che approfondiamo nelle prossime pagine e che qui segnaliamo ancora in discesa.

 

LA FILIERA, PRIMA DEL PRODOTTO

Mauro Bergozza, presidente di ASSOMAC, nel suo intervento ha scelto di non partire dai mercati esteri né dai dazi. È partito da un principio, che ha ripetuto come si ripete una cosa a cui si tiene davvero: «Non esiste Made in Italy senza filiera. Non esiste filiera senza manifattura. Non esiste manifattura senza tecnologia». Il Made in Italy, è la tesi, non nasce quando il prodotto viene venduto. Nasce molto prima – nei beni strumentali, nei componenti, nella chimica, nelle competenze – e regge finché tutti gli anelli reggono. Quando uno si indebolisce, l’intera catena perde colpi.

Qui sta il rovesciamento più interessante della relazione. Per anni il settore si è raccontato una storia comoda: la produzione può andarsene altrove, basta tenere in Italia progettazione, ricerca, know-how. La realtà ha smentito l’idea. Le filiere non si spezzano in modo indolore: si spostano. E quando si spostano, lo fanno per intero. Prima migra il prodotto finale, poi i fornitori, poi gli investimenti, infine la capacità stessa di innovare. La tecnologia parte per ultima, ma parte.

Il distretto di Vigevano è il referto di questa diagnosi. Lì il rapporto tra produttori di macchine e produttori di calzature ha ormai raggiunto le otto unità a una. Un territorio costruito sull’intreccio tra chi fa le scarpe e chi fa le macchine per realizzarle, oggi sbilanciato fino a diventare irriconoscibile. Bergozza lo dice senza giri di parole: il problema non è la Cina, la Cina è la conseguenza. Il problema è che stiamo svuotando le nostre filiere da soli.

Da qui la proposta concreta, quella che dà un senso operativo all’analisi: un tavolo permanente di filiera tra chi rappresenta la tecnologia, i materiali e i prodotti finiti – calzatura, pelletteria, conceria. Non l’ennesimo organismo, ma un luogo stabile per elaborare strategie comuni e presentarsi uniti davanti alle istituzioni nazionali ed europee. Perché – ed è un punto che vale anche fuori dal settore – oggi non competono più le singole aziende. Competono ecosistemi industriali sostenuti da strategie pubbliche di lungo periodo.

Attorno a questa idea l’Assemblea ha disposto le leve concrete: presidio continuativo dei mercati esteri, nuove partnership industriali, continuità generazionale, fiere come promozione, trasformazione digitale e organizzativa. Nessuna di queste sfide, è la consapevolezza emersa, può essere affrontata da una singola azienda in solitudine. E il messaggio è arrivato a un ricco parterre: dal consigliere del Ministro Urso, Roberto Luongo, alla Farnesina con Alessandra Pastorelli, all’Agenzia ICE con il direttore generale Lorenzo Galanti, fino ai presidenti di Assocalzaturifici, UNIC e Assopellettieri – Giovanna Ceolini, Alessandro Iliprandi, Claudia Sequi.

C’è una richiesta, dentro questo discorso, che alza il tiro oltre il perimetro del comparto: una politica industriale europea e nazionale all’altezza. Non difensiva ma capace di favorire investimenti, crescita dimensionale, reshoring delle produzioni ad alto valore aggiunto. E di considerare le tecnologie per il Made in Italy un asset strategico nazionale, da tenere sotto un controllo coerente con gli interessi industriali del Paese. In questo schema Federmacchine è chiamata a fare da regista verso Bruxelles.

 

L’AFRICA, ADESSO

Se c’è un capitolo in cui la relazione cambia temperatura, è quello sull’internazionalizzazione. In particolare il tema Africa. «Il Piano Mattei è un segnale importante. Ma occorre accelerare. Perché la presenza industriale italiana deve crescere oggi, prima che altri concorrenti consolidino ancor più posizioni che domani saranno più difficili da raggiungere o sormontare».

C’è un’osservazione, emersa nel confronto dell’Assemblea, che spiega bene perché. L’avanzata cinese in Africa non si gioca sul prezzo: si gioca sulla presenza, sulla relazione costruita prima degli altri. È esattamente il terreno su cui il Piano Mattei prova a inserirsi. L’esperienza del Kenya, citata da Bergozza come dimostrazione di cosa accade quando ambasciate, ICE e imprese remano nella stessa direzione, è il modello in piccolo di quello che servirebbe in grande.

 

Accanto, gli accordi che l’Europa sta costruendo con Mercosur, India, Indonesia e Messico, e una presenza fieristica che porterà un padiglione italiano alla fiera ANPIC di León, in Messico.

C’è poi un dettaglio che aggiunge uno spunto di riflessione ai tanti già emersi. Nelle aziende del comparto, raccontano gli imprenditori, non si produce quasi più nulla di standard. L’ufficio tecnico lavora a pieno regime perché ogni macchina diventa un pezzo su misura, disegnato attorno a un cliente che a sua volta deve innovare per non soccombere. È un bene e un costo insieme: competenza altissima, tecnici da formare per anni, finanza necessaria.

 

La fiera stessa ha cambiato natura. Non è più il luogo dove si vende, ma quello dove si incontra: lo dicono i conciari, che dalle dodici manifestazioni l’anno di un tempo sono scesi alle due edizioni di Lineapelle ritenute davvero indispensabili.

E qui si chiude il cerchio con un’altra voce dell’Assemblea, quella di chi rappresenta i calzaturifici: in Italia esiste l’intera catena del valore, dalle macchine per la concia al prodotto finito, e non esiste in nessun altro Paese al mondo. Presa pezzo per pezzo, ogni anello di questa filiera oggi perde numeri. Presa nell’insieme, conserva qualcosa che somiglia non alla resilienza, ma all’anti-fragilità: la capacità di uscire da un urto più forti di prima. A patto di restare insieme.

 

Sinisgalli scriveva versi tra i disegni tecnici perché aveva capito che la macchina, da sola, non racconta niente. Settant’anni dopo, il comparto che costruisce le macchine per la pelle e la calzatura chiede la stessa cosa all’Italia: non difendere un prodotto, ma riconoscere una civiltà. Prima che si sposti anche quella.

UNPAC fa il punto sui principali dossier del settore

Ricca di contenuti, approfondimenti e spunti di riflessione, l’Assemblea dei chimici conciari aderenti a UNPAC, svoltasi il 24 giugno nella sede del Po.te.co. a Santa Croce sull’Arno, ha offerto un ampio confronto sulle principali sfide del settore. A dare ulteriore valore all’incontro è stata la partecipazione dei rappresentanti di tutte le associazioni della filiera conciaria e delle amministrazioni del distretto toscano, una presenza che ha testimoniato una rinnovata consapevolezza della necessità di fare sistema e affrontare con un approccio condiviso le sfide che attendono il comparto.
A prendere il microfono, prima fra tutti gli ospiti, è stata Fulvia Bacchi, general manager di UNIC – Concerie Italiane, che ha ripercorso la lunga battaglia condotta dai conciatori per ottenere l’esclusione della pelle dall’EUDR, un risultato ormai prossimo alla definitiva conferma ma raggiunto al termine di un percorso che, negli ultimi due anni, ha richiesto un notevole impiego di risorse ed energie. Bacchi ha inoltre espresso preoccupazione per l’orientamento delle politiche europee, che hanno destinato ingenti investimenti alla bioeconomia e ai biomateriali, finanziando anche progetti specificamente dedicati allo sviluppo di materiali alternativi al cuoio. Nel suo intervento, la direttrice dell’associazione conciatori ha infine ringraziato i chimici per una collaborazione «ormai consolidata» e destinata a rafforzarsi ulteriormente. Ne sono una conferma il recente ingresso di UNPAC in COTANCE come socio aggregato e la presenza dell’associazione con un proprio desk nella nuova sede di Bruxelles della confederazione europea dei conciatori: iniziative che si inseriscono in una strategia di sempre maggiore coesione e rappresentanza dell’intera filiera conciaria.

Pierluigi Braggion

La relazione del presidente
Intitolata “La forza della pelle: identità e comunicazione”, la relazione del presidente Pierluigi Braggion – riconfermato per il prossimo biennio – è stata incentrata sulla necessità di ricercare un nuovo modo di raccontare la pelle. “Per anni la sostenibilità è stata affrontata principalmente come una questione di compliance, reporting e comunicazione – spiega Braggion -. Ora si sta assistendo all’avvento di un nuovo paradigma: da un approccio interpretato come costo aggiuntivo a un approccio alla sostenibilità come acceleratore di evoluzione ed efficienza industriale”. Da qui l’urgenza di imparare a “raccontare il ruolo del sistema conciario come leva strategica di un patrimonio millenario da conservare” anche attraverso la sensibilizzazione della formazione delle nuove generazioni. Non solo: “occorre anche investire nella digitalizzazione e integrazione dell’intelligenza artificiale, come in innovazione con una particolare attenzione alla circolarità dei prodotti e alla sostenibilità dei processi”. Ed è in questa direzione che UNPAC ha lavorato in questi anni elaborando “un progetto identitario, primo e unico al mondo” che vede la creazione di un Database delle matrici chimiche per la definizione della LCA degli ausiliari conciari. Infine, un accenno critico alla proliferazione delle certificazioni volontarie che “creano un enorme carico di lavoro ingiustificato per l’industria” che porta alla considerazione che occorra “un singolo sistema armonizzato di audit e compliance, dove i driver devono essere condivisi con il distretto conciario Italia”.

Gli interventi tecnici
I relatori intervenuti dopo il presidente, sempre affiancati dal segretario Maurizio Maggioni, hanno fornito l’occasione per condividere visioni, esperienze e prospettive sul futuro del settore. Il vicepresidente Andrea Meucci ha riportato i risultati delle molteplici attività UNPAC svolte ai tavoli tecnici, mentre la consulente Paola Ulivi (Danger and Safety) ha presentato principi generali e applicazione al settore conciario del nuovo regolamento europeo sulle microplastiche cui bisogna fare attenzione. Francesco Troisi ha quindi parlato delle criticità dei nuovi protocolli ZDHC illustrando il prezioso contributo che UNPAC ha dato, e sta dando, al livello Progressive del programma Chemicals to Zero (CtZ) in fase di definizione. Arianna Civiletti (SPIN360) ha invece illustrato il percorso intrapreso dal settore per definire l’LCA degli ausiliari chimico conciari che ha visto il coinvolgimento di 21 aziende, e portato alla realizzazione di venti studi di LCA per ciascun associato con la creazione di un database di oltre 400 prodotti.
Tra gli altri ospiti intervenuti durante l‘assemblea anche: Luca Tempesti (Poteco), Riccardo Bandini (Assoconciatori), Gionata Moroni (ASSA Associazione Lavorazioni c/terzi), Riccardo Boschetti (Distretto Veneto della Pelle), Agostino Apolito (ASSOMAC), Sabrina Frontini (ICEC), Renato Bertoli (ITS Cosmo – Green Leather Fashion Manager), Tiziana Gambicorti (AICC), Gianluigi Calvanese (Stazione Sperimentale Pelli e Materie Concianti), Roberto Giannoni (Sindaco Santa Croce sull’Arno), Fabio Mini (Sindaco Castelfranco di Sotto) e, via messaggio, Geoff Holmes (presidente IULTCS).

La congiuntura del settore chimico conciario
L’Assemblea ha fornito l’occasione per fare una fotografia del comparto della chimica conciaria che oggi risulta composto da 194 aziende e 1900 addetti che nel 2025 hanno sviluppato un fatturato di circa 810 milioni di euro con una quota export del 39%. Le aziende associate a UNPAC sono 74 (con circa 1.450 dipendenti) per un fatturato domestico di circa 427 milioni di euro ed un fatturato estero stimato attorno ai 260 milioni.  
Il futuro non è roseo. Secondo UNPAC i dati di mercato attuali indicano per il 2026 una proiezione negativa sui fatturati aziendali per la filiera pelle a livello internazionale. La previsione è legata alle tensioni geopolitiche ed economiche che influenzano l’approvvigionamento delle materie prime e le dinamiche energetiche, che condizionano la filiera in modo importante. A pesare sui fatturati è poi la contrazione dei consumi di ausiliari e commodities nel settore automotive e del lusso, che dovrebbe assestarsi per l’anno in corso attorno al 13% con la Toscana che registra una diminuzione dei volumi superiore al 20%, mentre per il Veneto il dato negativo si attesta all’8%. “Stando ai dati congiunturali e all’attuale situazione geopolitica – ha spiegato Braggion – le nostre forze da ole non bastano a controvertire la situazione economica attuale, che ci vede appesantiti nelle strutture in funzione della stagnazione della domanda e degli aumenti subiti sulle materie chimiche di base, e nondimeno sulle tensioni energetiche, che si valutano per un maggior 15% sui nostri costi rispetto all’anno precedente”.


Il nuovo Consiglio Direttivo UNPAC
In occasione dell’Assemblea annuale UNPAC ha rinnovato il proprio Consiglio Direttivo riconfermando alla presidenza Pierluigi Braggion, affiancato da Andrea Meucci come vicepresidente e da Laura Vantin in qualità di tesoriere. Il nuovo Consiglio Direttivo è così composto: Massimo Baldini (Biokimica), Gianmario Cazzola (CGRD), Diego Cisco (GSC Group), Marco Frediani (KLF Tecnochimica), Francesco Lapi (FGL International), Andrea Meucci (Dermacolor), Andrea Montecalvo (Alanchim), Luca Pelfer (Alpa), Eric Poles (Silvachimica), Claudio Rosati (LMF Biokimica) e Laura Vantin (Chimica Vemar).

ILIPRANDI è il nuovo presidente dei conciatori italiani

Ottant’anni di storia associativa, industriale e culturale. Lo sguardo rivolto al futuro. Si è svolta venerdì 12 giugno a Santa Croce sull’Arno (presso Po.Te.Co.) l’ottantesima Assemblea Annuale di UNIC – Concerie Italiane, appuntamento che ha celebrato un traguardo simbolico per l’associazione fondata il 9 aprile 1946 e che rappresenta uno dei comparti più significativi del Made in Italy, con un valore di circa 4 miliardi di euro e una leadership internazionale riconosciuta per qualità, innovazione e impegno ambientale.

Nel corso dell’Assemblea è stato eletto presidente di UNIC Alessandro Iliprandi (CEO di Bonaudo Spa), storica azienda italiana specializzata nella produzione di pelli di alta qualità per il segmento luxury. Alessandro Iliprandi è il 19° presidente dell’associazione e sarà affiancato dai vicepresidenti Matteo Mastrotto (Rino Mastrotto Group), Fabrizio Nuti (Nuti Ivo Group) e Gianni Russo (Russo di Casandrino).

“È un momento particolarmente difficile per il settore – dichiara Alessandro Iliprandi -. Sono molte le sfide che ci aspettano, ma abbiamo dalla nostra parte visione, coraggio e la volontà costante di migliorarci. Tra le priorità del mio mandato vi saranno il rafforzamento della collaborazione con i nostri clienti lungo tutta la filiera, una rappresentanza europea ancora più incisiva e il sostegno alla cultura della formazione e della pelle, con particolare attenzione alle nuove generazioni e alla diffusione delle competenze”.

L’Assemblea ha rappresentato anche l’occasione per ripercorrere gli ottant’anni di attività dell’associazione attraverso la presentazione di RADICI, il volume storico realizzato da UNIC che racconta l’evoluzione della concia italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Attraverso documenti, immagini e testimonianze, il libro restituisce il valore di un patrimonio industriale, culturale e manifatturiero che ha accompagnato ed accompagna la crescita internazionale della pelle italiana e ha contribuito a costruire l’identità del settore.

Un patrimonio che, come ha ricordato il presidente uscente Fabrizio Nuti nel suo intervento di fine mandato, rappresenta una risorsa strategica per il futuro: “UNIC non è solo un organismo di rappresentanza. È anche un luogo di confronto e crescita per il settore, aiutando le nostre aziende a difendere e valorizzare il proprio modello produttivo”.

 La celebrazione degli 80 anni arriva in una fase particolarmente complessa per il comparto conciario. Nel 2025 la produzione conciaria italiana ha registrato una flessione di quasi il 6% in valore e del 4% in volume, mentre l’export ha segnato un calo del 5%. Anche il numero di imprese e addetti ha evidenziato una contrazione, confermando un quadro congiunturale ancora difficile.

Tra memoria e innovazione, cultura e industria, l’ottantesimo anniversario di UNIC conferma il ruolo centrale dell’associazione nel rappresentare, tutelare e promuovere la pelle italiana nel mondo, accompagnando le imprese nelle sfide che attendono il settore nei prossimi anni.

La scarpa italiana bussa all’UNESCO: in gioco il saper fare italiano

Le brigate delle grandi navi da crociera, oggi, vogliono a bordo un pizzaiolo napoletano. Qualcosa, infatti, è cambiato da quando l’UNESCO ha riconosciuto “l’Arte del pizzaiuolo napoletano”. Attenzione: non la pizza, che resta una ricetta. Le mani che la fanno. E con quelle mani è cresciuta la richiesta di imparare il mestiere, al punto che la maggioranza delle domande arriva dall’estero, da chi però vuole formarsi in Italia. Cosa a che fare questa considerazione con le calzature?

L’11 giugno 2026, nel Salone degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, durante l’Assemblea Generale 2026 di Assocalzaturifici, è stato presentato il percorso di candidatura dell’Arte della Calzatura Italiana alla Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. L’incontro, moderato da Nicola Porro, ha ufficializzato il Comitato Promotore: lo presiede Giovanna Ceolini di Assocalzaturifici ed è composto da Museimpresa, CERCAL e Politecnico Calzaturiero. L’iniziativa, promossa dal Ministero, affida al Comitato e alla Cattedra UNESCO dell’Università Unitelma Sapienza la redazione del dossier e il coinvolgimento delle comunità dei praticanti, perno della Convenzione UNESCO del 2003.

 

«La calzatura italiana rappresenta una delle espressioni più riconoscibili del nostro sistema produttivo», ha detto il Ministro Adolfo Urso: sostenere la candidatura «significa rafforzare un modello produttivo che distingue l’Italia nel mondo».

 

UN PATRIMONIO DA SALVAGUARDARE. Oltre a Urso sono intervenuti Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa, in videomessaggio, Marco Amato, vicepresidente di Museimpresa, Serena Musolesi, amministratore delegato del Cercal, e Alice Marcato, direttore tecnico del Politecnico Calzaturiero.

GENERAZIONI DI ECCELLENZA. Il secondo tavolo ha riunito il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, Federico Eichberg, capo di gabinetto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e Giovanni Brugnoli, presidente della Fondazione Imprese e Competenze per il Made in Italy.

 

L’ARTE ITALIANA DELLA CALZATURA: CULTURA, MEMORIA, IDENTITÀ. Il panel conclusivo ha visto Pier Luigi Petrillo, direttore della Cattedra UNESCO di Unitelma Sapienza, Giovanna Ferragamo Gentile, presidente della Fondazione Ferragamo, Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria con delega alle Politiche Industriali e al Made in Italy, il Ministro Plenipotenziario Filippo La Rosa (Ministero degli Affari Esteri), Davide Rampello, manager culturale e docente, e il sociologo Francesco Morace, presidente di Future Concept Lab.

 

Ecco il punto: la candidatura non difende un oggetto, bensì un saper fare. La Convenzione del 2003 non premia il prodotto più bello, ma la comunità che lo tramanda. E non chiede di dimostrarsi unici: vale l’opposto, perché più una tradizione dialoga con le altre, più viene valorizzata.

Identità, memoria, cultura rischiano il logorio se rimangono parole abusate o lasciate alla presa del tempo. Il dossier serve a evitarlo. Petrillo ha ricordato che il riconoscimento riguarda un sistema vivo di pratiche e comunità, con ricadute economiche, culturali e professionali. Giovanna Ferragamo Gentile ha richiamato la continuità tra dimensione creativa, tecnica e produttiva: «Mio padre [Salvatore Ferragamo, n.d.r.] disegnava il modello sulla forma di legno perché sapeva che la scarpa, prima che bella, doveva calzare comodamente». Nocivelli e La Rosa hanno insistito su narrazione territoriale e soft power: la qualità apre il mercato, ma è il racconto a far scegliere quella scarpa anziché un’altra.

Resta il nodo che attraversa la filiera: chi raccoglierà il testimone? Il settore lo ammette: ha comunicato male, lasciando che la fabbrica suonasse come un ripiego. La candidatura si lega quindi al capitale umano. «La scuola e la formazione tecnico-professionale sono chiamate a costruire le competenze che sosterranno il futuro del Made in Italy. Dobbiamo rafforzare il legame tra istruzione e lavoro e accompagnare i giovani verso percorsi capaci di coniugare qualità, specializzazione e opportunità», ha osservato Valditara. Le scuole calzaturiere, nate dentro i distretti, insegnano oggi il taglio e la giunteria accanto a CAD, stampa 3D ed eco-design: dalla mano al digitale, senza che l’uno escluda l’altro. Proprio alle scuole professionali e al racconto di una realtà industriale avanzata, affascinante, innovativa, che offre ottime opportunità di crescita e di carriera è demandato il compito di attrarre nuove generazioni preparate e capaci di tener viva una tradizione importante per l’Italia, anche in termini di export e di bilancia commerciale.

 

Il progetto ha raccolto il sostegno delle principali regioni della filiera — Lombardia, Veneto, Marche, Puglia, Campania, Emilia-Romagna e Toscana — segno di una dimensione nazionale. Rampello vi ha letto una sintesi tra tradizione e innovazione; Morace ha rovesciato la formula consueta: la tradizione vera non si conserva, si traduce, generazione dopo generazione, oltre ad aver posto l’accento sul valore dell’Italian Factor e sulla necessità di creare nuove forme di coinvolgimento generazionale.

 

In chiusura Giovanna Ceolini, Presidente di Assocalzaturifici e del Comitato Promotore, ha richiamato il significato dell’iniziativa: «Questa proposta nasce dalla volontà di riconoscere il valore culturale di un’eredità che appartiene all’intero Paese. La calzatura italiana unisce competenze tecniche, identità territoriali e capacità di evolvere nel tempo. È l’occasione per rendere visibile un patrimonio di conoscenze che costituisce una parte essenziale della nostra identità produttiva». 

 

Torniamo alle navi da crociera. Quel pizzaiolo non è oggi più richiesto perché qualcuno ha trovato una ricetta magica, ma perché è stato riconosciuto il suo valore ed è stata restituita dignità al suo mestiere. La scommessa che si è giocata a Roma è la stessa: dimostrare che anche per una scarpa le mani restano lo strumento dell’intelligenza, la persona e il suo saper-fare rimangono cruciali.

L’iniziativa apre un progetto nazionale volto a valorizzare il patrimonio di competenze, tradizioni e capacità manifatturiere che caratterizzano la filiera italiana.

L’Arte della calzatura italiana si candida a Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO

La calzatura italiana non rappresenta soltanto una filiera d’eccellenza riconosciuta nel mondo, ma un patrimonio culturale vivo, che continua a evolversi grazie alla capacità di coniugare tradizione e innovazione, creatività e competenza manifatturiera, qualità e ricerca, costruito nel tempo attraverso il lavoro, le competenze e la passione di generazioni di imprenditori, tecnici, designer e formatori. A partire da questo assunto prende il via ufficialmente il percorso di candidatura dell’Arte della Calzatura Italiana nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Un’iniziativa promossa da Assocalzaturifici, Museimpresa, CERCAL e il Politecnico Calzaturiero attraverso il Comitato Promotore presieduto da Giovanna Ceolini, nata con l’obiettivo di riconoscere, valorizzare e trasmettere alle future generazioni uno dei patrimoni più rappresentativi del Made in Italy. L’arte della calzatura italiana sarebbe la prima al mondo ad ottenere il riconoscimento UNESCO.

Promosso con il sostegno del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il progetto rappresenta un’iniziativa di sistema che coinvolge il mondo dell’impresa, della formazione, della cultura e della ricerca con l’obiettivo di costruire un percorso condiviso capace di valorizzare la cultura manifatturiera, economica e sociale di un settore importante del Paese.

L’11 giugno, presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, sarà ufficializzato il Comitato Promotore per la salvaguardia e la valorizzazione dell’Arte della Calzatura Italiana, organismo che guiderà il percorso di candidatura.

«La candidatura UNESCO nasce dalla volontà di riconoscere e valorizzare un patrimonio che appartiene all’intero Paese. La calzatura italiana è espressione di una cultura del fare che unisce competenze tecniche, creatività, identità territoriale e capacità di innovazione. Attraverso questo percorso vogliamo affermare il valore culturale del nostro saper fare e rafforzare l’impegno verso la sua trasmissione alle nuove generazioni» ha dichiarato Giovanna Ceolini.

Giovanna Ceolini – President of Assocalzaturifici

Performance e traspirabilità con Diadora Utility A.BOX

Dal Centro di Ricerca & Sviluppo Diadora nasce A.Box, la tecnologia che rappresenta la nuova frontiera del comfort termico e funzionale nelle calzature di sicurezza e sfida le temperature estive estreme con un sistema di termoregolazione ottimizzato per il benessere dei lavoratori.
Questa innovazione, brevettata da Diadora Utility, nasce per raggiungere nuovi traguardi di performance e traspirabilità, in una perfetta sinergia tra design e materiali. Gli ampi fori di ventilazione laterali rivoluzionano l’architettura della scarpa, offrendo un’aerazione costante del piede e un microclima asciutto che riduce la sensazione di affaticamento.  Al tempo stesso, la particolare posizione dell’inserto anti-perforazione migliora l’effetto ammortizzante e reattivo della suola. Il tutto è completato dalla membrana di nuova generazione Ariatex, sviluppata dal Centro Ricerche Diadora, che combina impermeabilità, resistenza meccanica e una traspirabilità due volte superiore rispetto agli standard già elevati dei modelli precedenti.    
Diadora Utility ha integrato il sistema in modi differenti su due modelli di punta: Run A.Box e Glove A.Box.

La gamma GLOVE A.BOX
La linea RUN A.BOX

Pantofola d’Oro apre a Milano: per una community che ama il calcio 

Le scarpe da calcio oggi non vivono più confinate solo negli stadi. Stanno sotto i jeans di chi al pallone non gioca da anni, dentro vetrine pensate per i collezionisti, sopra gli scaffali degli archivi diventati flagship. Il 5 giugno 2026 Pantofola d’Oro ha aggiunto un capitolo a questa migrazione: ha inaugurato in via Seneca 4 a Milano un concept store di cento metri quadri. Lo ha fatto dentro Aretè Showroom. Non un’apertura standalone, non un tempio monomarca: uno spazio dentro lo spazio del proprio showroom.

 

All’opening è stata presentata la capsule Thebe Magugu x Pantofola d’Oro. Il designer sudafricano — lo stesso che ha portato i codici dell’Africa contemporanea sulle passerelle europee — ha lavorato sull’idea dello street soccer. Risultato: divise con richiami africani, dettagli simbolici, calzature divise tra tecnico e lifestyle. Sulla carta è un’operazione classica: marchio storico più designer riconoscibile uguale hype. Nella pratica è qualcosa di più interessante. Il calcio è uno dei pochi linguaggi davvero universali rimasti, e Magugu lo usa come pretesto per parlare di identità, inclusione e appartenenza culturale. Tradotto: una collezione che non punta a chi compra perché è di moda, ma a chi compra perché si riconosce.

 

Lo spazio nasce con una promessa che ormai accompagna qualunque apertura fra Milano, Parigi e Tokyo: non essere un punto vendita, ma un luogo esperienziale. Il banco di prova sarà il calendario. Pantofola d’Oro annuncia eventi continuativi, lanci esclusivi e gli appuntamenti “Su Misura” per la personalizzazione delle calzature, oltre a future collaborazioni con partner del mondo sport e lifestyle. La personalizzazione è il dettaglio che più ha senso. In un marchio nato dal su misura per calciatori, rimettere la ‘misura artigianale’ al centro è memoria attiva per legare una nuova community.

 

La storia del brand andrebbe ricordata anche solo per l’aneddoto inaugurale. Il nome lo inventa John Charles, capocannoniere gallese della Juventus, che infilando le scarpe esclama: «Sono più comode delle mie pantofole». Da lì partono i 140 anni di un marchio che nasce ad Ascoli Piceno con Emidio Lazzarini, atleta e figlio di calzolai, che applica al calcio i materiali più morbidi reperibili — una piccola rivoluzione, ispirata dall’essersi rifatto le sue scarpette rigidissime per la lotta libera — e poi estende lo stesso metodo a rugby, tennis, pallacanestro, golf e ciclismo. Quando lo sport smette di essere artigianato e diventa industria, il marchio fa fatica. La rinascita arriva con Kim Williams e Massimo Ubaldi, che recuperano due modelli del 1950 e del 1956 e li riadattano per il tempo libero. La tradizione diventa tendenza. Quelle scarpe si ritrovano nelle vetrine dei negozi più belli del mondo. Oggi la Superleggera è arrivata alla versione 2.0: solo 175 grammi.


Da figli minori a estensori di norma: il bilancio del Physis Annual Summit 2026

A casa nostra arrivano. Sono pacchetti piccoli, leggeri, con mittenti dai nomi impronunciabili. Costano meno di cento euro, non pagano dazi, e per il solo comparto moda ne entrano in Italia tra i 120 e i 150 milioni l’anno. Una scala industriale travestita da spedizione personale. Da luglio 2026 le regole cambieranno: i nuovi dazi sui pacchi extra-UE sotto la soglia dei cento euro entreranno in vigore. Tardi, secondo molti.

Quei pacchi sono il volto dell’ultra-fashion, il negativo perfetto di un’altra storia. Quella di laboratori, galvaniche, impiantistiche e finitori italiani che producono accessori metallici di lusso e che in quei pacchi non finirebbero mai. È la filiera che, in dodici mesi, ha smesso di chiedere il permesso. E ha iniziato a scrivere le proprie norme.

La terza edizione del Physis Annual Summit, tenutasi a Firenze il 28 maggio 2026 ha dato conto di un incredibile lavoro sviluppato in 3 anni di partecipazione a vari tavoli di lavoro.

Il Consorzio Physis — società benefit e start-up innovativa fondata nel 2023 — è arrivato a oltre quaranta consorziate distribuite su quattro aree: materie di processo, impianti industriali, produzione di accessori, trattamenti di finitura. Erano otto, all’inizio.

Alessandro Pacenti – Presidente Consorzio Physis
Ester Falletta – Direttrice Tecnica Consorzio Physis


 

NORME

Un anno fa, in sede ISO, la richiesta italiana di un tavolo dedicato ai test di resistenza per gli accessori metallici era stata accolta come l’istanza di una filiera con esigenze troppo specifiche per un tavolo globale. Figli minori dell’alta gioielleria e dell’orologeria, insomma. Oggi quel tavolo conta più di dieci Paesi, perché anche l’alta gioielleria ha riconosciuto che quelle esigenze erano anche le sue. La ISO/CD 25392-1 sulla resistenza al calore umido passerà a settembre 2026 in fase DIS, dopo la consultazione finale di maggio. È una norma piccola, ma è italiana, ed esce da una filiera che per decenni aveva testato i propri accessori con metodi nati per l’elettronica e l’automotive. Nel frattempo, sono state pubblicate la ISO 19376-1:2025 su termini e definizioni e la ISO 9202:2026 sui metodi per determinare la purezza dei metalli preziosi, mentre un altro gruppo di lavoro (WG 6) si occupa di dimensioni e funzionalità degli articoli di gioielleria, dalle misure dei braccialetti alle specifiche dei moschettoni. Sul metallo riciclato, la definizione di “oro riciclato” partorita in sede ISO è già stata recepita da RJC e LBMA. Il passo successivo arriva dall’Italia: nelle prossime settimane verrà presentata l’istanza per aprire un tavolo CEN europeo dedicato alla due diligence di filiera e al riciclo di tutti i metalli preziosi.

 

CHIMICA

Lo stesso schema si ripete sulle sostanze. Tessile, pelle e calzatura hanno una MRSL — la lista delle sostanze ristrette in fase di produzione — da anni. L’accessorio metallico, no. Da una conversazione fra Ester Falletta – direttrice tecnica di Physis – ed Elisa Monica Gavazza – Sector Lead and Quality Assurance Director di ZDHC Roadmap to Zero – è nato un progetto che oggi vede il Consorzio come capofila tecnico, con il patrocinio di ZDHC e il supporto di Kering e LVMH — al summit con Maria Cristina Ligi, Gaia di Tommaso ed Enrico Fatarella. La prima bozza è stata inviata; il council tecnico è in costituzione; kick-off a giugno 2026; pubblicazione attesa per fine anno. L’estensione futura ai formulatori di vernici è già nel mirino. Il messaggio dei due gruppi del lusso è stato esplicito: nessuno chiederà di smettere di fare galvanica, l’obiettivo è valorizzare un settore che già lavora bene e renderne misurabile l’impegno.

 

ACQUE

Nei bagni di bronzo e rame alcalino i cianuri sono una presenza tecnica, non un capriccio: sono entrati in produzione proprio quando, per ragioni normative, si è dovuto rinunciare al nichel. Per anni l’unica strada per smaltirli passava dal trattamento chimico con ipoclorito — un processo che raddoppiava il volume delle acque da gestire e che, ai test LCA, faceva impennare gli indicatori d’impatto. La risposta sviluppata dentro al Consorzio si chiama elettroclorinazione. È partita in laboratorio, è passata per le linee pilota, è oggi in produzione. Funziona in continuo a basso voltaggio, abbatte cianuri fino a 40 grammi per litro senza aumento di volume, è scalabile dalle poche centinaia di litri in su. E — dettaglio non secondario — recupera contestualmente i metalli non preziosi, che fino a ieri finivano allo smaltimento. Integrata con evaporatori, apre la strada a un ciclo praticamente chiuso.

 

AUDIT E DATI

Quanti audit l’anno riceve un’azienda della filiera? Tra i quindici e i trenta, ha raccontato Francesca Rulli (co-founder di Ympact e 4sustainability), su requisiti che si sovrappongono in larga parte. Per ridurre l’onere e valorizzare le certificazioni di terza parte già acquisite, è nato — con Confindustria Moda — un tavolo che ha consultato più di 20  checklist diverse e prodotto un modello unico: il programma 4s Ethic. Bureau Veritas Italia è il primo ente che da giugno 2026 lo applicherà sul campo, con già altri tre enti pronti ad adottarlo. Obiettivo: ottimizzare i processi di verifica sulla catena di subfornitura e migliorare la trasparenza per i brand e i fornitori.

Una consorziata Physis ha fatto da cavia nel beta test.

L’European Accelerator, con il contributo del Consorzio Physis, ha rilasciato un questionario armonizzato per energia, acqua e rifiuti, già adottato da diversi brand. Anche in questo caso la finalità è chiara: semplificare e armonizzare la raccolta dati ESG e lo scambio di informazioni lungo la filiera

Il Common Water Framework — costruito da Kering, LVMH e altri gruppi del lusso e dello sport con la review di WWF, AWS, ZDHC e dello stesso Consorzio — che mira ad armonizzare la raccolta e la valutazione delle informazioni legate alla gestione delle acque, è in public consultation, ed è pensato modulare perché anche una micro-impresa possa avvicinarvisi senza esserne schiacciata.

Sul fronte rendicontazione, Physis ha portato avanti il proprio contributo agli standard EFRAG VSME, costruendo materiali formativi multilingue e mappature di strumenti gratuiti per le PMI non quotate. Il salto da fare, ha detto Rulli, non è dalla burocrazia dei documenti a una nuova burocrazia: è il passaggio da un ecosistema basato sui documenti a uno basato sui dati.

 

MERCATO

La terza tavola rotonda — moderata dal Ministro Plenipotenziario Giuseppe Scognamiglio, presidente di Eastwest — ha guardato fuori dai laboratori. Maria Cristina Squarcialupi – Confindustria Federorafi – ha descritto una tempesta perfetta: oro sopra i 5.500 dollari l’oncia a gennaio 2026, dazi statunitensi, mercati mediorientali bloccati, crollo della Turchia, passata da un export +500% nel biennio 2024-25 all’ottavo posto nei primi due mesi del 2026. La corsa al metallo, ha ricordato, è iniziata prima delle crisi geopolitiche: sono state le banche centrali a comprare oro per anni per uscire dalla dipendenza dal dollaro, e quando si è aggiunta la finanza il prezzo è esploso. L’Italia resta primo esportatore mondiale di oggetti orafi e terzo produttore — dopo India e Cina — con un export che vale il 90% della produzione. Carlo Palmieri – Confindustria Moda – ha messo i numeri sul tavolo: il settore che nel 2023 valeva 96 miliardi di euro è sceso a 89 nel 2024, mentre il 2025 dovrebbe chiudere a 70. Per la prima volta l’associazione si è dotata di un piano strategico con orizzonte oltre il 2030, presentato al Senato e alla Camera, che chiede agevolazioni energetiche, EPR, cassa integrazione e armonizzazione degli audit. Mauro Bergozza – Assomac – ha ricordato che l’Italia è l’unico Paese europeo rimasto come fornitore di tecnologie per la lavorazione della pelle: la concorrenza arriva da Cina, Corea, Taiwan, su prezzi inferiori e qualità non comparabile. La direzione verso cui puntare, ha detto, è una sola: intelligenza artificiale e tracciabilità dall’allevamento al prodotto finito.

 

Su cosa si focalizzerà il Consorzio Physis nei prossimi mesi e quali criticità di filiera tenterà di affrontare e risolvere? Come affrontare la due diligence della filiera di fornitura; come affrontare l’auditing sulla due diligence di filiera e al contempo proteggere il know-how e i dati riservati delle aziende; in che modo continuare sul percorso dell’armonizzazione degli audit e la valorizzazione delle certificazioni di terza parte; pensare alla certificazione dei materiali riciclati; continuare a puntare sulla collaborazione e il dialogo tra brand committenti e filiera per lo sviluppo di soluzioni condivise che, di fatto, rappresentano una soluzione win-win.