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Non esiste Made in Italy senza tecnologia. ASSOMAC e la filiera da preservare

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Giugno 2026

Non esiste Made in Italy senza tecnologia. ASSOMAC e la filiera da preservare

Assemblea ASSOMAC, Milano: il comparto delle tecnologie per pelle, calzatura e pelletteria chiude il 2025 a -11%. La risposta è un tavolo permanente di filiera. E l'Africa come scommessa da giocare adesso.

Negli anni Cinquanta una rivista industriale italiana era diretta da un poeta. Si chiamava “Civiltà delle Macchine”, la volle la Finmeccanica, e alla sua guida c’erano Leonardo Sinisgalli – ingegnere che scriveva versi, o forse poeta che progettava macchine, dipende da come lo si considera – e Giuseppe Luraghi, manager passato per Pirelli, Lanerossi, Alfa Romeo. La loro idea era semplice e per l’epoca quasi eretica: tecnologia, industria, cultura e bellezza non sono mondi separati. Sono lo stesso progetto di Paese.

Settant’anni dopo, nella sala del Centro Congressi Fondazione Cariplo, quella stessa intuizione è tornata alla ribalta. Solo che adesso non serve a celebrare un miracolo economico. Serve a fermare un’emorragia.

Il 18 giugno l’Assemblea Generale di ASSOMAC ha messo in fila i conti del comparto delle tecnologie per calzatura, pelletteria e conceria. Dati che approfondiamo nelle prossime pagine e che qui segnaliamo ancora in discesa.

 

LA FILIERA, PRIMA DEL PRODOTTO

Mauro Bergozza, presidente di ASSOMAC, nel suo intervento ha scelto di non partire dai mercati esteri né dai dazi. È partito da un principio, che ha ripetuto come si ripete una cosa a cui si tiene davvero: «Non esiste Made in Italy senza filiera. Non esiste filiera senza manifattura. Non esiste manifattura senza tecnologia». Il Made in Italy, è la tesi, non nasce quando il prodotto viene venduto. Nasce molto prima – nei beni strumentali, nei componenti, nella chimica, nelle competenze – e regge finché tutti gli anelli reggono. Quando uno si indebolisce, l’intera catena perde colpi.

Qui sta il rovesciamento più interessante della relazione. Per anni il settore si è raccontato una storia comoda: la produzione può andarsene altrove, basta tenere in Italia progettazione, ricerca, know-how. La realtà ha smentito l’idea. Le filiere non si spezzano in modo indolore: si spostano. E quando si spostano, lo fanno per intero. Prima migra il prodotto finale, poi i fornitori, poi gli investimenti, infine la capacità stessa di innovare. La tecnologia parte per ultima, ma parte.

Il distretto di Vigevano è il referto di questa diagnosi. Lì il rapporto tra produttori di macchine e produttori di calzature ha ormai raggiunto le otto unità a una. Un territorio costruito sull’intreccio tra chi fa le scarpe e chi fa le macchine per realizzarle, oggi sbilanciato fino a diventare irriconoscibile. Bergozza lo dice senza giri di parole: il problema non è la Cina, la Cina è la conseguenza. Il problema è che stiamo svuotando le nostre filiere da soli.

Da qui la proposta concreta, quella che dà un senso operativo all’analisi: un tavolo permanente di filiera tra chi rappresenta la tecnologia, i materiali e i prodotti finiti – calzatura, pelletteria, conceria. Non l’ennesimo organismo, ma un luogo stabile per elaborare strategie comuni e presentarsi uniti davanti alle istituzioni nazionali ed europee. Perché – ed è un punto che vale anche fuori dal settore – oggi non competono più le singole aziende. Competono ecosistemi industriali sostenuti da strategie pubbliche di lungo periodo.

Attorno a questa idea l’Assemblea ha disposto le leve concrete: presidio continuativo dei mercati esteri, nuove partnership industriali, continuità generazionale, fiere come promozione, trasformazione digitale e organizzativa. Nessuna di queste sfide, è la consapevolezza emersa, può essere affrontata da una singola azienda in solitudine. E il messaggio è arrivato a un ricco parterre: dal consigliere del Ministro Urso, Roberto Luongo, alla Farnesina con Alessandra Pastorelli, all’Agenzia ICE con il direttore generale Lorenzo Galanti, fino ai presidenti di Assocalzaturifici, UNIC e Assopellettieri – Giovanna Ceolini, Alessandro Iliprandi, Claudia Sequi.

C’è una richiesta, dentro questo discorso, che alza il tiro oltre il perimetro del comparto: una politica industriale europea e nazionale all’altezza. Non difensiva ma capace di favorire investimenti, crescita dimensionale, reshoring delle produzioni ad alto valore aggiunto. E di considerare le tecnologie per il Made in Italy un asset strategico nazionale, da tenere sotto un controllo coerente con gli interessi industriali del Paese. In questo schema Federmacchine è chiamata a fare da regista verso Bruxelles.

 

L’AFRICA, ADESSO

Se c’è un capitolo in cui la relazione cambia temperatura, è quello sull’internazionalizzazione. In particolare il tema Africa. «Il Piano Mattei è un segnale importante. Ma occorre accelerare. Perché la presenza industriale italiana deve crescere oggi, prima che altri concorrenti consolidino ancor più posizioni che domani saranno più difficili da raggiungere o sormontare».

C’è un’osservazione, emersa nel confronto dell’Assemblea, che spiega bene perché. L’avanzata cinese in Africa non si gioca sul prezzo: si gioca sulla presenza, sulla relazione costruita prima degli altri. È esattamente il terreno su cui il Piano Mattei prova a inserirsi. L’esperienza del Kenya, citata da Bergozza come dimostrazione di cosa accade quando ambasciate, ICE e imprese remano nella stessa direzione, è il modello in piccolo di quello che servirebbe in grande.

 

Accanto, gli accordi che l’Europa sta costruendo con Mercosur, India, Indonesia e Messico, e una presenza fieristica che porterà un padiglione italiano alla fiera ANPIC di León, in Messico.

C’è poi un dettaglio che aggiunge uno spunto di riflessione ai tanti già emersi. Nelle aziende del comparto, raccontano gli imprenditori, non si produce quasi più nulla di standard. L’ufficio tecnico lavora a pieno regime perché ogni macchina diventa un pezzo su misura, disegnato attorno a un cliente che a sua volta deve innovare per non soccombere. È un bene e un costo insieme: competenza altissima, tecnici da formare per anni, finanza necessaria.

 

La fiera stessa ha cambiato natura. Non è più il luogo dove si vende, ma quello dove si incontra: lo dicono i conciari, che dalle dodici manifestazioni l’anno di un tempo sono scesi alle due edizioni di Lineapelle ritenute davvero indispensabili.

E qui si chiude il cerchio con un’altra voce dell’Assemblea, quella di chi rappresenta i calzaturifici: in Italia esiste l’intera catena del valore, dalle macchine per la concia al prodotto finito, e non esiste in nessun altro Paese al mondo. Presa pezzo per pezzo, ogni anello di questa filiera oggi perde numeri. Presa nell’insieme, conserva qualcosa che somiglia non alla resilienza, ma all’anti-fragilità: la capacità di uscire da un urto più forti di prima. A patto di restare insieme.

 

Sinisgalli scriveva versi tra i disegni tecnici perché aveva capito che la macchina, da sola, non racconta niente. Settant’anni dopo, il comparto che costruisce le macchine per la pelle e la calzatura chiede la stessa cosa all’Italia: non difendere un prodotto, ma riconoscere una civiltà. Prima che si sposti anche quella.

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