Verso una sostenibilità ‘integrale’
Dal convegno "Il made in Italy dell’industria tessile: sfide e opportunità in un’ottica di economia circolare – quali prospettive future?" a cura del comitato tecnico scientifico Ecomondo & AISEC
Febbraio 2026
Dal convegno "Il made in Italy dell’industria tessile: sfide e opportunità in un’ottica di economia circolare – quali prospettive future?" a cura del comitato tecnico scientifico Ecomondo & AISEC
L’industria tessile sta attraversando profondi cambiamenti e i principi dell’economia circolare, della tracciabilità e dell’innovazione sostenibile risultano essenziali per la resilienza e la competitività delle imprese in un contesto economico difficile. La prossima frontiera della sostenibilità nel settore tessile richiede innovazione, allineamento normativo e l’adozione di nuovi modelli aziendali circolari rigenerativi. Per esplorare queste priorità, il Comitato Tecnico Scientifico Ecomondo & AISEC (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare) ha invitato alcuni esperti del settore e riportato case history virtuose.
Secondo Guido Bellitti (Studio Chiomenti), il 2025 ha visto un ridimensionamento delle ambizioni del Green Deal con una tendenza alla semplificazione e deregulation, come evidenziato dall’Omnibus 1. Questo ha alleggerito gli obblighi per le imprese ma ha anche generato incertezza giuridica per chi aveva già avviato investimenti per conformarsi a CSRD e CSDDD. Parallelamente, le autorità di concorrenza hanno intensificato l’attenzione su pratiche scorrette nel settore moda (es. caporalato e greenwashing). Resta cruciale l’approvazione della direttiva Green Claims, attualmente in stallo, per garantire certezza giuridica nella comunicazione sostenibile.
Eleonora Foschi (ENEA) ricorda che il regolamento Ecodesign, in vigore da luglio, individua i prodotti tessili come prioritari, definendo 16 criteri e introducendo strumenti come il passaporto digitale. ENEA supporta le PMI dei distretti tessili italiani (Biella, Prato) nel percorso di adeguamento. Uno studio pilota in Emilia Romagna ha rilevato che molte aziende superano i 500 fornitori, rendendo complessa la tracciabilità. Rinaldo Rinaldi (Università di Firenze) sottolinea che il valore del Made in Italy si sposta sempre più dalla qualità del materiale alla trasparenza del processo produttivo, richiedendo dati completi, veritieri e interoperabili tra tutti gli attori della filiera.
Valerio Barberis evidenzia il ruolo strategico delle città italiane, che producono l’80% del PIL europeo. I distretti artigianali e industriali, come quello tessile di Prato (3% della produzione tessile europea), devono essere considerati laboratori di circolarità. Servono politiche nazionali dedicate, poiché le normative attuali rischiano di ostacolare le buone pratiche locali già avviate.
Raffaella Arista (Studio Legale Improda) illustra come brevetti e accordi di partnership stiano abilitando l’innovazione nei materiali sostenibili. Ne è esempio Orange Fiber, che produce un tessuto dalla cellulosa dei residui di spremitura delle arance, già adottato da Ferragamo. Esistono inoltre reti d’impresa collaborative come Innovation for Luxury, che coinvolge player primari tra cui Louis Vuitton per condividere progetti su innovazione, digitalizzazione e sostenibilità.
Attila Kiss (Gruppo Florence) denuncia le difficoltà del settore: poche tecnologie mature, domanda limitata e prevalenza del “down cycling” rispetto al riciclo vero e proprio, con costi elevati che rendono poco competitivi i materiali riciclati. Il Gruppo Florence, con 5.000 dipendenti, punta a promuovere il cambiamento attraverso aggregazione, selezione dei materiali e collaborazione creativa con i brand. Anche Louis Vuitton ha un approccio strutturato alla circolarità: gestisce una decina di centri di riparazione nel mondo con 500.000 interventi annui, pratica l’eco-progettazione e ha introdotto un indice di riparabilità (A, B, C) puntando ad avere l’85% della collezione nelle categorie A o B.
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