ArsTannery Magazine

Stahl rinuncia alla vendita della Divisione wet end e crea il brand MUNO

Cambio di rotta per Stahl. Un anno fa aveva annunciato la cessione della sua Divisione wet end al fondo europeo di investimenti Syntagma Capital, ora comunica di rinunciare all’accordo e di voler procedere autonomamente con il programma di separazione dell’attività legata alla pelle.

La decisione è legata alle attuali condizioni di mercato negative che hanno reso i termini di vendita meno favorevoli per Stahl che ha pertanto scelto di recedere dall’accordo.

Xavier Rafols

Il nuovo programma prevede che la divisione wet end di Stahl diventi un’azienda completamente indipendente che opererà con un nuovo marchio chiamato Muno. Sarà guidata dal CEO Xavier Rafols, attualmente direttore del gruppo Leather Chemicals di Stahl, che guiderà il team di esperti del settore pelle nel continuare a supportare i clienti di tutto il mondo con soluzioni innovative. La scissione dovrebbe essere completata nei prossimi mesi, dopodiché entrambe le aziende opereranno come società completamente indipendenti.

Separando le attività, Stahl intende raddoppiare gli sforzi sui rivestimenti destinati a settori in rapida crescita come i materiali ad alte prestazioni e gli imballaggi. Allo stesso tempo offre a Muno un nuovo inizio come azienda indipendente nel settore dei prodotti chimici per la lavorazione del cuoio. 

Con il 2026 ISPO cambia date e si sposta ad Amsterdam

La manifestazione di riferimento globale per lo sportswear e l’outdoor punta su un rinnovamento totale a partire dal nuovo anno, con una nuova sede, il centro espositivo RAI di Amsterdam, che si sostituisce alla tradizionale location a Monaco di Baviera, un anticipo di quattro settimane sul calendario, e un nuovo concept.

I partner hanno annunciato un programma di investimenti del valore di 3 milioni di euro. La britannica Raccoon assumerà la guida, mentre la Fiera di Monaco sarà partner strategico con l’obiettivo di rivitalizzare e razionalizzare la manifestazione alla luce dei cambiamenti intervenuti nel mercato globale e delle nuove esigenze di espositori e visitatori.

Secondo gli organizzatori, le aziende che sceglieranno la  nuova Ispo potranno beneficiare di una data più conveniente e di una sede fieristica facilmente raggiungibile a livello internazionale, con un particolare riferimento al mercato nordamericano. «Con il riorientamento strategico di Ispo stiamo facendo crescere la nostra fiera leader, ricca di tradizione, in modo mirato ed efficace.

“Assistiamo a una forte domanda di una piattaforma che promuova l’innovazione, lo scambio e le opportunità commerciali – ha affermato Harald Kirchschlager, Executive Director Corporate Strategy & Development della Fiera di Monaco in un’intervista con TextilWirtschaft -. Grazie alla collaborazione con Raccoon Media Group, rafforziamo questa visione e garantiamo che la trasformazione continui a essere guidata dalle esigenze dei nostri clienti e dell’intero settore dello sport e dell’outdoor”.


Cambio generazionale in Tamaris

Negli ultimi decenni, Horst Wortmann, fondatore dell’azienda, e Jens Beining, socio amministratore e CEO del Gruppo Wortmann, insieme ai soci e amministratori delegati Ulrich Klüber e Dr. Giovanni Lacatena, hanno trasformato il Gruppo Wortmann in una delle aziende di moda più forti d’Europa. Con impegno e lungimiranza, Tamaris è diventato uno dei marchi di calzature più forti.

Il futuro team dirigenziale di Wortmann KG è composto esclusivamente da dipendenti di lunga data che hanno iniziato la loro carriera nell’azienda. L’azienda a conduzione familiare punta quindi sull’esperienza, l’affidabilità e la promozione sostenibile dei giovani talenti. 

Con il pensionamento di Ulrich Klüber nell’estate del 2026, Matthias Rodemeier diventerà il nuovo socio e amministratore delegato di Wortmann KG e Chief Product Officer. Oltre alla collezione Tamaris, sarà responsabile anche delle vendite nella regione DACH.

Contemporaneamente a Rodemeier, Michael Romberg, già amministratore delegato e socio di Jana Shoes, assumerà anche la carica di Chief Production Officer presso Wortmann KG, con la responsabilità di supervisionare l’approvvigionamento e la produzione del marchio Tamaris, svolgendo così anche un ruolo di coordinamento all’interno del gruppo.

Nell’estate del 2027, Giovanni Lacatena terminerà come previsto le sue responsabilità operative presso Wortmann KG. Il 1° giugno 2027 Nico Gold assumerà la carica di Chief Sales Officer presso Wortmann KG. Oltre al suo ruolo presso Wortmann Fashion Retail, sarà responsabile delle vendite internazionali e delle partnership di sistema. Nell’espansione delle vendite internazionali sarà affiancato da Felix Schmalenberger, membro del team dirigenziale da molti anni.

Con il futuro team dirigenziale guidato dal socio amministratore delegato di Wortmann Schuh-Holding KG Jens Beining e dal Dr. Tobias Seng in qualità di CFO, Wortmann KG sarà così pronta per l’ulteriore sviluppo a lungo termine del marchio Tamaris. La combinazione di esperienza, orientamento al cliente, forza innovativa e orientamento internazionale garantisce uno sviluppo aziendale sostenibile e di successo.

“Il cambio generazionale in Tamaris, avviato in una fase precoce, garantisce continuità, consentendo all’azienda di mantenere la rotta verso il successo futuro. Il futuro management rappresenta la consueta affidabilità, l’orientamento al commercio specializzato, la volontà di innovare e l’ulteriore sviluppo sostenibile del marchio”, afferma Jens Beining.


Coats Footwear lancia nuove soluzioni sostenibili per solette

Progettata con cura per soddisfare le esigenze in continua evoluzione dei marchi di calzature e dei loro partner di produzione, la gamma offre soluzioni di solette ad alte prestazioni, incentrate sulla sicurezza ed eco-compatibili, ottimizzate per le applicazioni sportive, le calzature lifestyle e l’abbigliamento da lavoro.

Attingendo alla profonda esperienza e alla presenza produttiva globale di Coats, il portafoglio riunisce un’ampia selezione di soluzioni di solette tecnicamente avanzate in grado di migliorare le credenziali di sostenibilità delle calzature, offrendo al contempo comfort e prestazioni eccezionali.

Holger Hoffmann, responsabile globale della divisione Cellulose and Channel Sales di Coats Footwear, ha commentato: “La sostenibilità è al centro di tutto ciò che facciamo e il nostro portafoglio di soluzioni per solette riflette direttamente questa filosofia. La nostra nuova gamma di solette combina materiali eco-compatibili con prestazioni all’avanguardia, offrendo ai produttori opzioni più intelligenti, sicure e sostenibili”.

 “I consumatori di oggi si aspettano comfort, prestazioni e sostenibilità, tutto in un unico prodotto”, ha aggiunto Holger Hoffmann. “La nostra nuova gamma di solette non solo risponde a queste esigenze, ma offre anche ai produttori un’ampia scelta di opzioni su misura per i loro specifici segmenti di mercato. Ciò riflette la forza delle nostre capacità di innovazione e il nostro impegno a sostenere un’industria calzaturiera più responsabile”.

I prodotti Insole Solutions sono realizzati con materiali biologici e riciclati utilizzando uno speciale processo che riduce l’impatto ambientale.

Dalle scarpe sportive agli stivali di sicurezza, Insole Solutions offre comfort, durata e traspirabilità superiori. Progettati per applicazioni ad alte prestazioni, i prodotti sono realizzati su misura per diversi metodi di costruzione, tra cui calzature con montaggio Strobel, cementato e Goodyear.

Per le scarpe di sicurezza, la nuova gamma offre soluzioni progettate con caratteristiche di sicurezza avanzate come le opzioni di scarica elettrostatica (ESD) – conduttive, antistatiche e isolanti. Insole Solutions può così aiutare a garantire la conformità in ambienti di lavoro impegnativi, mantenendo il comfort e la protezione di chi le indossa.


Debutta a Offebach “069 CONNECT”

“069 CONNECT” nasce con un concetto completamente nuovo sotto la guida dell’Associazione federale dell’industria tedesca delle calzature e della pelletteria insieme a Messe Offenbach e debutterà nella città tedesca dal 24 al 25 giugno 2026. “069 CONNECT” punta infatti sul dialogo, lo scambio e l’ispirazione di nuove idee. Gli organizzatori sottolineano, infatti, che “069 CONNECT” non è volutamente una fiera commerciale. L’obiettivo è quello di riunire il settore in un’unica sede i decision maker dell’industria calzaturiera e della pelletteria con tutti i principali attori del commercio al dettaglio. Sul fronte degli espositori, l’evento è rivolto ai produttori di scarpe, borse e accessori di marca, mentre per quanto riguarda i visitatori, sono attesi i principali player del commercio internazionale di calzature e moda.

Naturalmente, gli espositori avranno l’opportunità di presentare i propri prodotti e novità in un ambiente raccolto, curato e in un’atmosfera rilassata, ma  “069 CONNECT” vuole proporsi prima di tutto come un luogo in cui nascono idee e si trovano nuovi impulsi per il settore. 

I visitatori e gli espositori di “069 CONNECT” potranno godere di un programma di supporto stimolante con conferenze, keynote ed eventi di networking. Relatori di alto livello provenienti dal mondo della politica, dell’economia e della moda contribuiranno i loro interventi, consentendo al settore di guardare oltre l’orizzonte, cosa oggi più che mai importante. L’obiettivo è quello di sviluppare congiuntamente prospettive e opportunità per l’industria calzaturiera e della pelletteria.

HDS/L e Messe Offenbach sono concordi: “Con ‘069 CONNECT’, il nostro settore festeggia un nuovo evento di spicco che riunisce persone, mercati e marchi in un unico appuntamento. Siamo certi che ‘069 CONNECT’ abbia il potenziale per diventare una data fissa nel calendario annuale del settore”.


Cambia  Made in France PV

Première Vision annuncia un’evoluzione strategica di Made in France PV, che a partire dal 2026 sarà integrata in Première Vision Paris, in calendario  dal 3 al 5 febbraio 2026 a Paris Nord Villepinte e Blossom Première Vision, dal 3 al 4 giugno al Carreau du Temple.

Questa evoluzione riflette l’impegno di Première Vision a stare al passo con i cambiamenti del mercato della moda, mettendo al centro delle principali fiere del settore della moda il saper-fare francese. L’obiettivo è, infatti, quello di soddisfare meglio le esigenze dei marchi, dei produttori e degli operatori regionali, promuovendo al contempo l’artigianato francese su un palcoscenico più ampio, sia a livello nazionale che internazionale.

A Premiere Vision Paris il made in France beneficerà di una maggiore visibilità, con una vetrina dedicata e nuovi contenuti, in un’ottica di sviluppo dei legami tra creatività, innovazione e produzione locale.

 A Blossom Première Vision, la fiera sarà aperta ai produttori di abbigliamento top, creando nuovi collegamenti tra materiali e produzione di moda di alta gamma.

Florence Rousson, presidente del consiglio di amministrazione di Première Vision e amministratore delegato della divisione moda di GL events, ha così commentato questa decisione: «Questa evoluzione dà nuovo slancio al Made in France, in un’ottica  strategica, commerciale e ispirazionale. Riflette la nostra ambizione di sostenere la trasformazione del mercato, mettendo il know-how francese al centro dell’esperienza di Première Vision. Questa decisione segna una tappa fondamentale nella creazione di un’offerta fedele al DNA di Première Vision: una piattaforma globale per una moda creativa, sostenibile e competitiva”.


Transizione ecologica o suicidio industriale? Green Deal da ripensare

Marcello Taglietti

Settimana scorsa abbiamo pubblicato una riflessione sulle dichiarazioni espresse dal ministro italiano per gli Affari europei, Tommaso Foti. Abbiamo interpellato anche chi si confronta tutti i giorni con il percorso sostenibile tracciato dall’Europa mentre cerca di fare impresa, in questo caso nel settore della chimica.

Ci è stato consigliato di partire illustrando alcuni dati. Allora eccoli di seguito.

Nel 2023, l’industria chimica nei Paesi dell’European Chemical Industry Council (EU27) ha riportato un investimento in capitale (capex) pari a €32,1 miliardi, collocandosi al 12% degli investimenti globali nel settore chimico.  

Nello stesso periodo, l’investimento in R&I (ricerca e innovazione) da parte dell’industria chimica europea ha raggiunto circa €10,2 miliardi, ma la Cina continua a guidare gli investimenti globali in questo ambito.  

La quota di mercato globale dell’Europa (EU27) nella chimica è scesa al ~13% nel 2023, rispetto al ~28% di vent’anni fa.  

Nel 2024, le esportazioni chimiche dell’EU27 sono cresciute solo dell’1,0% rispetto al 2023, mentre le importazioni da paesi non-UE sono aumentate del 10,2% nei primi due mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024.  

Secondo i dati del settore chimico europeo, la dipendenza dell’EU27 dalle importazioni chimiche dalla Cina è «salita di oltre 4,7 volte in venti anni», passando da meno dell’1% nel 2004 a circa il 5,6% nel 2024.  

Volumi produttivi: nel corso del 2023 l’output dell’industria chimica europea ha registrato cifre negative (declino stimato fino a -8 %) e per il 2024 è prevista una ripresa molto modesta (ad es. +1-2%).

 

È Marcello Taglietti, Chief Operating Officer di Industrie Chimiche Forestali S.p.A., a riflettere sulle parole del ministro Foti e sui dati appena presentati: «Il Green Deal è un lusso che la filiera del settore calzaturiero e pelletteria non può permettersi. Le parole del ministro toccano un nervo scoperto per chi, come noi, opera nella filiera del mondo della manifattura della calzatura e della pelletteria, fornendo adesivi e tessuti tecnici per puntali, contrafforti e rinforzi. È giunto il momento di affrontare una verità scomoda: l’Europa sembra aver smarrito la fiducia nella propria industria. E se questo dubbio può apparire teorico in altri settori, nel nostro comparto – fatto di piccole e medie imprese, di distretti produttivi storici, di maestranze e saperi tramandati – le conseguenze sono già drammaticamente concrete.»

 

Quindi il Green Deal sembra pensato a tavolino senza alcuna considerazione per la realtà?

«L’idea di un’Europa “verde” non è di per sé sbagliata: nessuno, soprattutto chi lavora con materiali naturali e artigianali, vuole un pianeta inquinato. Ma l’applicazione rigida e ideologica del Green Deal sta producendo l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato.

Nel nome della sostenibilità, l’Unione Europea sta imponendo norme e vincoli che penalizzano in modo sproporzionato le imprese europee, mentre competitor asiatici, americani e sudamericani producono a costi e standard ambientali incomparabilmente inferiori. Lo vediamo quotidianamente nel nostro settore del comparto chimico dove regolamentazioni ci rendono la vita difficile (REACH, EUDR, Microplastiche…).

Il risultato è un trasferimento di produzione fuori dai confini europei — una deindustrializzazione programmata che, nella filiera del settore calzaturiero e pelletteria, si traduce in perdita di occupazione, chiusura di botteghe storiche e impoverimento del tessuto produttivo locale. Diverse multinazionali chimiche, messe sotto pressione dai crescenti costi energetici, dagli obblighi ambientali sempre più stringenti e da una burocrazia considerata troppo onerosa, stanno progressivamente disinvestendo in Europa per spostare le produzioni verso aree geografiche con normative più flessibili e con costi operativi inferiori. Questo trend porterà a una riduzione di capacità produttiva e quindi anche di disponibilità di materie prime di base che alimentano aziende come la nostra, vedendoci costretti in futuro a catene di approvvigionamento complicate ed onerose.»

 

È una sostenibilità che si trasforma in paradosso…

«La filiera che opera nel settore calzaturiero e pelletteria, e gli stessi produttori diretti hanno da tempo investito in sostenibilità reale: sviluppo di formulazioni di adesivi base acqua a basso impatto ambientale, materie prime certificate GRS sia nella produzione di adesivi che nei tessuti tecnici, lavorazioni a basso impatto, concerie certificate, uso di pellami provenienti da filiere tracciabili, riduzione degli sprechi e riuso dei materiali.

Tuttavia, le nuove regolamentazioni europee — spesso pensate in modo astratto e uniforme — non riconoscono la differenza tra chi produce responsabilmente in Europa e chi importa prodotti realizzati in contesti dove le norme ambientali e sociali sono inesistenti.

In pratica, mentre il produttore italiano viene soffocato da burocrazia, costi energetici elevati e obblighi di certificazione sempre più onerosi, il mercato continua a essere invaso da prodotti a basso costo e alto impatto ecologico.

È davvero questa la “transizione verde” che vogliamo?»

 

Insomma, va bene la sostenibilità a patto che permetta di competere ad armi pari con il resto del mondo?

«Come ha sottolineato Foti, l’Europa rappresenta appena il 6% delle emissioni globali. Pensare di salvare il pianeta con una politica che distrugge la nostra industria è un atto di ingenuità — o peggio, di cieca ideologia.

Il nostro settore non chiede scorciatoie, ma regole chiare e uguali per tutti: se un produttore europeo deve rispettare parametri ambientali rigorosi, lo stesso deve valere per chi esporta verso l’Europa. Altrimenti non si tratta di transizione ecologica, ma di suicidio industriale.»

 

Dal vostro punto di vista non rivedere il Green Deal condurrebbe all’estinzione della manifattura europea. Ce lo possiamo permettere?

«Difendere la manifattura europea significa difendere la sua identità. Dietro ogni paio di scarpe o borsa di pelle prodotta in Italia ci sono mani, storie, territori e, come nel caso della nostra azienda, Industrie Chimiche Forestali, una filiera produttiva a supporto altamente specializzata, sempre all’avanguardia ed in possesso di certificazioni di sistema (ISO 9001, 14001, 45001, EMAS) e di prodotto (GRS, FSC, ISCC Plus, OK-Biobased, OEKO-TEX Std 100, GOTS, BCI…).

Il saper fare europeo non può essere sostituito da produzioni anonime e seriali d’importazione. Smontare un Green Deal costruito senza considerare le conseguenze economiche e sociali non significa essere “contro l’ambiente”, ma al contrario voler conciliare sostenibilità e competitività, ecologia e lavoro, innovazione e tradizione.

Se l’Europa vuole restare un faro produttivo nel mondo, deve tornare a credere nella propria industria — nella nostra industria — e mettere in campo una politica che sostenga chi produce valore vero, e non chi importa a basso costo.

Credo che il messaggio di Tommaso Foti non rappresenti un attacco alla transizione verde, ma un appello al buon senso: prima di tutto serve una visione industriale. Perché senza industria non c’è futuro, e senza manifattura non c’è Europa.»

Ecological transition or industrial suicide? The Green Deal needs rethinking

Marcello Taglietti

Last week, we published a reflection on the statements made by the Italian Minister for European Affairs, Tommaso Foti. We also spoke to those who deal with the sustainable path set out by Europe on a daily basis while trying to do business, in this case in the chemical sector.

We were advised to start by illustrating some data. So here it is.

In 2023, the chemical industry in the countries of the European Chemical Industry Council (EU27) reported capital expenditure (capex) of €32.1 billion, accounting for 12% of global investment in the chemical sector.

During the same period, investment in R&I (research and innovation) by the European chemical industry reached approximately €10.2 billion, but China continues to lead global investment in this area. 

Europe’s (EU27) global market share in chemicals fell to ~13% in 2023, compared to ~28% twenty years ago.

In 2024EU27 chemical exports grew by only 1.0% compared to 2023, while imports from non-EU countries increased by 10.2% in the first two months of 2025 compared to the same period in 2024.

According to data from the European chemical industry, the EU27’s dependence on chemical imports from China has “risen more than 4.7-fold in twenty years”, from less than 1% in 2004 to around 5.6% in 2024.

Production volumes: during 2023, the output of the European chemical industry recorded negative figures (estimated decline up to -8%) and a very modest recovery is expected for 2024 (e.g. +1-2%).

 

Marcello Taglietti, Chief Operating Officer of Industrie Chimiche Forestali S.p.A., reflects on Minister Foti’s words and the data just released: «The Green Deal is a luxury that the footwear and leather goods supply chain cannot afford. The minister’s words strike a raw nerve for those of us who work in the footwear and leather goods manufacturing supply chain, supplying adhesives and technical fabrics for toe caps, counters and reinforcements. The time has come to face an uncomfortable truth: Europe seems to have lost confidence in its own industry. And while this doubt may seem theoretical in other sectors, in our industry – made up of small and medium-sized enterprises, historic manufacturing districts, skilled workers and traditional know-how – the consequences are already dramatically concrete.»

 

So, does the Green Deal seem to have been designed on paper without any consideration for reality?

«The idea of a “green” Europe is not wrong in itself: no one, especially those who work with natural and artisanal materials, wants a polluted planet. But the rigid and ideological application of the Green Deal is producing the opposite effect to that stated.

In the name of sustainability, the European Union is imposing rules and constraints that disproportionately penalise European companies, while Asian, American and South American competitors produce at incomparably lower costs and environmental standards. We see this every day in our chemical sector, where regulations make our lives difficult (REACH, EUDR, microplastics, etc.).

The result is a transfer of production outside European borders — a planned deindustrialisation which, in the footwear and leather goods sector, translates into job losses, the closure of historic workshops and the impoverishment of the local productive fabric. Several chemical multinationals, under pressure from rising energy costs, increasingly stringent environmental obligations and bureaucracy considered too burdensome, are gradually divesting in Europe to move production to geographical areas with more flexible regulations and lower operating costs. This trend will lead to a reduction in production capacity and therefore also in the availability of basic raw materials that fuel companies like ours, forcing us in the future to rely on complicated and costly supply chains.»

 

It is a form of sustainability that turns into a paradox…

«The supply chain operating in the footwear and leather goods sector, and the direct manufacturers themselves, have long invested in real sustainability: the development of water-based adhesives with low environmental impact, GRS-certified raw materials in both the production of adhesives and technical fabrics, low-impact processing, certified tanneries, the use of leather from traceable supply chains, waste reduction and material reuse.

However, the new European regulations — often designed in an abstract and uniform manner — do not recognise the difference between those who produce responsibly in Europe and those who import products made in contexts where environmental and social standards are non-existent.

In practice, while Italian manufacturers are suffocated by bureaucracy, high energy costs and increasingly burdensome certification requirements, the market continues to be flooded with low-cost products with a high ecological impact.

Is this really the “green transition” we want?»

 

In short, is sustainability acceptable as long as it allows us to compete on equal terms with the rest of the world?

«As Foti pointed out, Europe accounts for just 6% of global emissions. Thinking we can save the planet with a policy that destroys our industry is naive — or worse, blind ideology.

Our sector is not asking for shortcuts, but for clear and equal rules for all: if a European manufacturer has to comply with strict environmental parameters, the same must apply to those who export to Europe. Otherwise, it is not ecological transition, but industrial suicide.»

 

From your point of view, not revising the Green Deal would lead to the extinction of European manufacturing. Can we afford that?

«Defending European manufacturing means defending its identity. Behind every pair of shoes or leather bag produced in Italy there are hands, stories, territories and, as in the case of our company, Industrie Chimiche Forestali, a highly specialised support production chain, always at the forefront and in possession of system certifications (ISO 9001, 14001, 45001, EMAS) and product certifications (GRS, FSC, ISCC Plus, OK-Biobased, OEKO-TEX Std 100, GOTS, BCI…).

European know-how cannot be replaced by anonymous, mass-produced imports. Dismantling a Green Deal built without considering the economic and social consequences does not mean being “against the environment”, but rather wanting to reconcile sustainability and competitiveness, ecology and work, innovation and tradition.

If Europe wants to remain a productive beacon in the world, it must return to believing in its own industry — in our industry — and implement a policy that supports those who produce real value, not those who import at low cost.

I believe that Tommaso Foti’s message is not an attack on the green transition, but an appeal to common sense: first and foremost, we need an industrial vision. Because without industry there is no future, and without manufacturing there is no Europe.»

OEKO-TEX® rafforza l’impegno per la biodiversità

OEKO-TEX® sta intensificando i propri sforzi per salvaguardare la biodiversità. Nell’ambito di questo impegno, OEKO-TEX® sta collaborando con l’organizzazione ambientalista Global Nature Fund al progetto “Businesses for Biological Diversity” (Imprese per la biodiversità). Insieme, OEKO-TEX® e Global Nature Fund hanno analizzato gli aspetti della biodiversità a livello di produzione e sviluppato criteri specifici per la certificazione OEKO-TEX® STeP.

“Gli ecosistemi sani sono una base fondamentale per una produzione tessile e conciaria responsabile dal punto di vista ambientale e sostenibile. Sono essenziali per la stabilità economica e il successo a lungo termine”, afferma Carolin Franitza, Stakeholder Manager di OEKO-TEX®. “La nostra partnership mira a sensibilizzare il settore sulla biodiversità e a fornire una guida pratica”.

Nell’ambito del progetto “Engaging German Companies for Biodiversiy – UBi”, il Global Nature Fund, in collaborazione con la Fondazione del Lago di Costanza, ha rivisto gli standard e le certificazioni rilevanti nel settore tessile e dell’abbigliamento per valutare in che misura includono requisiti efficaci per la protezione della biodiversità. I risultati sono stati discussi in forum di esperti con organismi di normazione, aziende tessili e altri specialisti, portando a raccomandazioni congiunte su come integrare meglio la biodiversità in futuro.

Per quanto riguarda OEKO-TEX® STeP, nell’ambito della revisione annuale, OEKO-TEX®, in collaborazione con il Global Nature Fund, ha aggiornato i requisiti sulla base di queste conoscenze. Le norme riviste sono entrate in vigore nel settembre 2025.

Partendo da queste solide basi, i criteri OEKO-TEX® STeP sono stati ampliati per porre maggiore enfasi sulla biodiversità. Lo standard aggiornato sottolinea l’approvvigionamento sostenibile delle materie prime e la protezione degli habitat naturali, affrontando anche le pratiche che contribuiscono alla perdita di biodiversità. D’ora in poi, i siti di produzione certificati OEKO-TEX® STeP saranno tenuti ad attuare piani di gestione della biodiversità, fissare obiettivi specifici e fornire relazioni periodiche.

Con l’ampliamento dei criteri OEKO-TEX® STeP, OEKO-TEX® si impegna a rendere la biodiversità parte integrante della produzione sostenibile.

Innovazione e circolarità

Alessandro Bruni, autore del libro ‘I 4 pilastri per le aziende BtoB’ e special guest della tavola rotonda organizzata da UNIC a Lineapelle di settembre, ha affermato che oggi più che mai le aziende devono puntare a diventare dei brand, perché questa trasformazione consente loro di essere più forti sul fronte della competitività e, al contempo, di essere meno esposte al rischio di essere sostituite sul mercato da altre aziende. Un esempio è Apple, che negli ultimi anni si è potuta ‘permettere’ di fare delle migliorie ai propri prodotti più che delle reali innovazioni, seppur mantenendo salda la fidelizzazione da parte dei consumatori, perché da semplice ‘maker’ ha saputo trasformarsi in ‘brand’. Bruni  ha anche sottolineato che oggi la leadership sul mercato di un brand passa inevitabilmente attraverso la sostenibilità, intesa oramai non come un semplice trend  e neppure come una pura questione di eticità, ma piuttosto come una necessità per tutte le aziende, perché lo sviluppo strategico, nel prossimo futuro, sarà organizzato attorno alla sostenibilità intesa come circolarità e upcycling.

Un esempio tangibile di azienda che si è trasformata in brand e che incarna un’effettiva applicazione di sostenibilità biocircolare nella filiera pelle è senza dubbio ECOTAN, brand creato nel 2021 da Silvateam, leader mondiale nella produzione di tannini naturali. Le formulazioni Ecotan partono dalla natura utilizzando tannini vegetali estratti utilizzando risorse provenienti da fonti sostenibili: i tannini sono combinati con polimeri biocircolari sintetici innocui per dar vita a pelli che eguagliano gli standard prestazionali fissati dalla concia al cromo e al glutaraldeide, evitando al contempo l’uso di ingredienti pericolosi. Il risultato è un sistema di concia sicuro, ecologico e pulito.

“Silvateam ha sede nel mezzo alle foreste piemontesi, in mezzo alla natura, ed è da qui che estraiamo il tannino ottenuto dal legno di castagno – racconta Alessandra Taccon, BU Leather Sustainable Technologies Business Director di Silvateam -. Ad un certo punto della nostra storia ci siamo chiesti come potevamo rivisitare la pelle per dare il giusto appeal a questo materiale per le nuove generazioni. Con Ecotan ci siamo posti la sfida di un nuovo modello di business con la pelle biocircolare, creando una nuova filiera, e dando alla pelle tutta l’identità, la naturalità, il pregio e la performance che essa merita. Il nostro è un ‘work in progress’ per un ‘next generation material’ che ha le caratteristiche del riciclo e della circolarità”.

“Con Ecotan – afferma Taccon – la nostra Casa Madre Silvateam, che è un’azienda chimica, è scesa a valle per dialogare con aziende come Ferrari o il Gruppo Kering e lavorare in modo circolare. Le lezioni che stiamo imparando sono tante: fare innovazione spesso trova l’industria impreparata, noi abbiamo spinto un progetto circolare quando tutto il mondo della pelle parlava solo di cromo, e in questo cammino l’evoluzione normativa ci ha senza dubbio aiutato”.

L’evoluzione – prosegue Taccon – è stata anche organizzativa, perché i tecnici che prima si confrontavano solo con i reparti tecnici, oggi parlano direttamente con le aziende a valle e tutti gli attori della filiera sono più orientati al mercato, nonché alla promozione di una cultura della circolarità e della sostenibilità presso tutti gli stakeholders, che sono anche le associazioni che si occupano di sostenibilità , UNIC ecc.

Ma qual è l’ostacolo operativo più significativo  all’integrazione di un nuovo materiale più sostenibile in una catena di fornitura globale e complessa? Secondo Paolo Bruno, Strategic Advisor di Garsport, azienda specializzata nella calzatura da trekking e lavoro che ha integrato Ecotan all’interno della propria produzione: “Il primo blocco operativo che abbiamo dovuto affrontare – afferma Bruno – è stata la ‘continuità qualitativa’ in termini di performance ed estetica. Bisogna poi considerare la scalabilità, cioè la difficoltà di attingere ai quantitativi richiesti a livello globale. Ma questi sono stati proprio i blocchi che Ecotan ha saputo superare nella sua evoluzione lavorando fianco a fianco con l’ufficio prodotto e design”.

Secondo Nicola Gianesin, Founder di GCP Srl, tutte le aziende che vogliono crescere puntando sull’innovazione devono cercare di applicare al proprio interno il cosiddetto ‘pensiero snello’, che parte anche dall’eliminazione dell’informazione inutile e dalla necessità di concentrarsi, ad esempio, sul dialogo con il cliente, per capire che cosa ritiene davvero importante a livello di innovazione. altro elemento importante da considerare soprattutto nel caso delle PMI è la consapevolezza di sé e delle proprie forza, che porta ad esempio nel ricercare nell’aggregazione il canale per condividere l’innovazione e creare qualcosa di nuovo e importante per il cliente finale.

Gustavo Adrian Defeo, Scientific Diretor di CTC Ars Tinctoria, ha sottolineato come spesso, quando si fa innovazione come nel caso di Ecotan, il consumatore fa fatica a comprendere il valore innovativo che un pellame contiene e il ‘greenwashin’ sicuramente danneggia ulteriormente questa consapevolezza delle reali innovazioni e benefici che un nuovo materiale porta con sé. Tuttavia, ha affermato Defeo, in questo senso le nuove normative ci aiuteranno in futuro a trasmette al consumatore il concetto di sostenibilità creando dei parametri condivisi da tutte le aziende e che permettono risultati misurabili e oggettivi.

Le difficoltà nel far comprendere al consumatore finale il reale valore di un nuovo materiale altamente innovativo e sostenibile sono state condivise anche da Francesco Sapienza, Sustainable Materials and Data Manager del Gruppo Kering: “l’innovazione è per definizione qualcosa di complesso e difficile da comunicare al consumatore. Per esempio, spesso il consumatore non sa neppure che nella concia si usa il cromo e che questo ha delle conseguenza sull’ambiente, ed è molto difficile spiegare innovazioni prettamente tecniche con un linguaggio semplice. Questa è,a mio parere, la vera sfida: tradurre un concetto complicato con parole semplici e capaci di creare interesse nel consumatore”.

Parlando di prodotti innovativi non si può, infine, non affrontare il problema dei costi, perché spesso i prodotti innovativi risultano più costosi di quelli tradizionali: come far accettare, quindi, questi costi al consumatore? Alessandra Taccon è partita da un assunto di base: l’innovazione va vista con lenti nuove. “Se continuiamo a guardare all’innovazione con le lenti vecchie è inevitabile che si pone al centro dell’attenzione il prezzo iniziale di una nuova tecnologia. L’approccio corretto deve invece essere circolare anche in questo senso, perché la circolarità è anche nei modi in cui analizziamo i costi di una filiera che poi deve creare risorse e non, come è avvenuto nel passato, consumare le risorse. Noi dobbiamo valorizzare il concetto di circolarità e considerare che anche il fine vita di un prodotto ha un costo economico che va conteggiato”.